Storia della mia (brevissima) esperienza in politica

Pubblicato il 21 Novembre 2019 alle 13:51 Autore: Nicolò Zuliani
Storia della mia (brevissima) esperienza in politica

Siccome sono curioso di natura tendo a ficcarmi nei posti più improbabili al grido di “chissà che fanno qui dentro”. È questo che ho detto al brigadiere quando mi portavano fuori da un locale fetish, è questo che ho detto a un tizio in una specie di scuola di formazione cattolica, è questo che ho detto al cuoco nelle cucine del Grand hotel e così via.

Di base la mia vita consiste nell’essere Waldo.

In uno dei mille posti in cui entro feci amicizia con un ragazzo più giovane di me che stava lavorando per entrare in politica. All’epoca non ne sapevo nulla, ma il ragazzo era simpatico, intelligente e con un passato interessante; complice il fatto che mi conosceva perché ascoltava i Genoma (giuro), cominciai ad andarci a bere assieme. In meno di un anno mi convinsi che volevo aiutarlo.

Era tutto quello che volevo in un politico.

Voglia di ascoltare e di capire le ragioni altrui, di lavorare come un animale, di perdere notti a capire leggi e cavilli, trovare soluzioni, fondi, fare progetti fattibili e concreti. Era una specie di roccia. Stava in un’altra provincia rispetto alla mia, perciò votarlo o farlo votare non potevo. Mi limitavo a fare volantinaggio, qualche cazzatina col PC e soprattutto a editargli i discorsi che faceva, traducendoli dal politichese all’italiano. Serate intere a bere Long island e a riscrivere, rileggere, finché usciva fuori qualcosa che lo soddisfaceva.

È stato un periodo bellissimo

Sentirsi parte di qualcosa, lavorare per il proprio paese e per il suo futuro – chiaro, in percentuali omeopatiche, ma tant’è – mi faceva sentire importante. Ho passato giorni per la provincia ad affiggere manifesti elettorali del suo superiore. Tra neve, gelo e la 600 che arrancava nella campagna, tiravo avanti perché sentivo che era giusto. Alla fine lui decise di candidarsi sindaco del suo paesino. Per farlo, così come gli altri candidati, era entrato nelle case dei suoi concittadini a esporre il suo programma, sentire di cosa c’era bisogno, chiedere cosa volevano.

Lì è cambiato tutto, incluso il suo entusiasmo

La gente non lo accoglieva come un possibile rappresentante, ma come un suddito che chiedeva udienza e veniva accolto solo in base ai doni che portava. A nessuno – e intendo nessuno – interessava il bene comune tipo migliorare le strade, i servizi, l’illuminazione o l’accessibilità. Chiedevano gli venisse sistemata la via di casa, venisse messo il parcheggio per residenti, uno chiese se gli poteva togliere le multe o trovare un posto alla moglie in comune. Quando il mio amico spiegava che i fondi erano limitati e che bisognava prima sistemare sprechi e ottimizzare le risorse, quelli rispondevano “ma il tuo avversario me l’ha promesso”.

Qualsiasi cazzata, anche la più improbabile, gli veniva garantita.

Allora il mio amico ci discuteva. Spiegava che un politico serve al bene della comunità, non del singolo. Portava ragioni sacrosante e quelli sbuffavano e annuivano, non potendogli a parole dare torto. Quasi sempre finiva con loro che lo salutavano dicendo che li aveva convinti. Alla fine ero felice che la campagna elettorale fosse finita, perché non ne potevo più di vederlo sempre più stanco e incazzato perché, per la sua moralità, fare promesse false o accomodanti era sbagliato.

Non era questa la politica che voleva e non l’avrebbe mai fatta.

Alle elezioni prese niente virgola poco, mentre diventò sindaco uno che aveva promesso mari e monti; il mio amico si ritirò dalla politica e si dedicò alla sua carriera lavorativa mentre il paesino assisteva a un crollo ulteriore di servizi, qualità della vita e dei propri rappresentanti. Ci furono manifestazioni di dissenso e proteste, striscioni, tweet e post Facebook indignati. Un giorno lui mi mostrò lo screenshot di un concittadino che sputava fuoco e fiamme sul sindaco, e mi disse che l’autore era quello che voleva la moglie in comune.

Lui non tornò mai più a occuparsi di politica, ora è nel privato e felice.
Quando io, incazzatissimo, decisi di scriverci un pezzo per La Nuova Venezia, lui mi chiese di non farlo perché “era come mettere uno specchio davanti a un vampiro”. Da quella volta non riesco più a indignarmi per le dichiarazioni goffe, fuori posto o menzognere dei nostri rappresentanti. Non mi scandalizzo per ruberie o intrecci sotterranei, perché dopotutto sono lì un vialetto di casa dopo l’altro.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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