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Il perché delle scelte del PD

Il perché delle scelte del PD

Molti in questi giorni hanno parlato del suicidio del PD, e, viste le ultime scelte, è la prima cosa che viene in mente. Intendiamoci, a medio lungo termine questo è certamente un suicidio, ma se la scelta è stata fatta con tanta determinazione da una fetta consistente (e cosciente) della dirigenza del PD ci devono essere per forza delle motivazioni molto forti.

Molti, anche giornalisti politicamente vicini al PD, come quelli di Repubblica, ma se ne potrebbero citare molti, hanno parlato di un gruppo dirigente che non vuole passare la mano e che è disposto a tutto pur di fare un altro “giro di giostra”.

Il fatto è evidente, e tuttavia la pura brama di potere personale non spiegherebbe poi il successo di questa operazione, che in realtà è passata agli occhi di quasi tutta l’assemblea come una operazione inevitabile. A qualunque costo.

Facile il riferimento a MPS, a Unipol, e a tutti i consigli di amministrazioni di grandi aziende pubbliche, con cariche a nomina politica, o sistemiche (come Mediobanca e Generali, ma potremmo fare centinaia di nomi) in cui si è intrecciato in questi anni un consociativismo molto forte, un vero e proprio “patto di sindacato”. Questo patto unisce in maniera indissolubile interessi che fanno capo a grossi gruppi di potere che sono dietro al PD con grossi gruppi di potere che sono dietro al PDL. I gruppi di potere sono ultimamente quelli legati alle fondazioni, che gestiscono fondi e finanziamenti che poi in parte finiscono al partito (dopo Mani Pulite il sistema si è evoluto inserendo un sistema simile a quello delle scatole cinesi). Non c’è un solo esponente di rilievo che non sia a capo di una fondazione. Questo genere di comunanza di intenti, e di finta concorrenza, è a ben vedere molto ben descritto nel Piano di Rinascita Democratica della oramai arcinota P2.

Ma probabilmente nemmeno questo basta a capire fino in fondo la natura intrinseca di questa inevitabile alleanza, ovvero ne spiega la ragione di fondo ma non ne spiega l’inevitabilità.

Ecco la domanda giusta da porsi: perché era davvero inevitabile questa alleanza? Perché era assolutamente impossibile (come la stessa Marina Sereni ha detto candidamente a Porta a Porta) l’alleanza col M5S?

Il primo tassello della risposta nasce dal fatto che il M5S ha preso molto più di quanto ci si aspettasse, non tanto perché un partito nuovo in genere non potesse prendere tanto, quanto perché è un partito completamente senza apparato e “legame col territorio” (su questa espressione ci torneremo a breve).

Insomma, è un partito che non ha consenso grazie alle clientele – non ne ha nemmeno un po’ grazie alle clientele – e questa classe dirigente valuta i partiti sulla base del loro zoccolo duro, che è appunto lo zoccolo clientelare, ovvero tutti coloro che appartengono a un “gruppo di potere” che sia di rilievo e di importanza sia strategica che numerica. Se non hai clientele stabili per loro non sei nessuno, non hai alcuna merce di scambio e nessun valore, come nessun valore ha il voto d’opinione. In fondo, come diceva Mark Twain: “se votare servisse a qualcosa non ce lo lascerebbero fare“.

epifani

Attenzione, non parliamo di “categorie” (come le famose autodefinite “associazioni di categoria”, che non rappresentano più da tempo le intere categorie, come ci era capitato già di scrivere in passato), ma bensì di “gruppi” di potere il più delle volte oramai trasversali tra categorie e schieramenti politici.

Questi gruppi si sono organizzati nel tempo in modo talmente raffinato dal finire con lo spalleggiarsi a vicenda per mantenere ed incrementare il grado di potere raggiunto.

Si sono, quindi, evoluti negli anni, e non possiamo chiamarli esattamente lobby, perché questi gruppi non sono uniti tra loro all’interno della categoria, per poi negoziare con altri gruppi appartenenti ad altre categorie, ma bensì sono direttamente consociati in maniera trasversale e il più delle volte occulta. Per fare un esempio, il gruppo dominante del sindacato non cerca prima il consenso di tutti i gruppi all’interno del sindacato, per poi andare con una voce unica a confrontarsi con le altre parti sociali come avveniva 30-40 anni fa, ma piuttosto va direttamente dal gruppo dominante della Confindustria e della Confartigianato e insieme vanno a fare pressione al gruppo di potere al governo per ottenere quello che i loro gruppi e non le loro categorie stanno chiedendo. In cambio ovviamente di voti e di ulteriore potere.

Si salta oramai un passaggio, quindi le scelte non vengono mai davvero condivise al proprio interno, ma all’interno di una cerchia ristretta che pretende di rappresentare tutto il resto o magari non proprio tutto ma almeno il 60% dell’intera categoria o partito. Se leggete la sequenza di azioni della segreteria Bersani in questi ultimi mesi, capirete subito che c’è stato un gruppo ristretto che ha preso delle decisioni, che solo di tanto in tanto ha ritenuto sottoporre all’assemblea per ratificarle, ma mai per discuterle, nemmeno con i gruppi parlamentari (e poi quello con poca democrazia interna era all’epoca il PDL – oramai alleato e non si capisce più in cosa sia “alternativo” – e ultimamente il M5S). L’elezione di Epifani a segretario è solo l’ultimo episodio che dimostra quanto sia inutile l’assemblea del PD e quanto in realtà ci sia ben poco di democratico in un partito che somiglia sempre più ad un consorzio di piccoli “signori della guerra” afgani.

Lo spirito originario dei partiti era quello di coagulare consenso attraverso la condivisione di obiettivi comuni di diverse fasce della popolazione, raccogliendone le istanze e negoziandole con le istanze portate da altri partiti, fino ad ottenere una condivisione che coinvolgesse una maggioranza qualificata della popolazione. Un tentativo di comporre gli strappi nel tessuto sociale con delle toppe. Se però queste toppe sono piene di buchi o inconsistenti, il risultato è alla lunga molto deludente per strati sempre più ampi e trasversali della popolazione, cioè tutti coloro che non appartengono a un gruppo di potere vincente pur appartenendo alla categoria che in teoria ha vinto le elezioni.

roberto speranzabersani

Non è, quindi, un problema dei partiti (anche perché si riflette in tutte le associazioni), ma un problema di concezione della generazione del consenso.

E’ molto illuminante questa riflessione di Walter Tocci che appunto spiega la dinamica del partito attuale:

“Da un lato leader mediatici e dall’altro notabili territoriali sono tenuti insieme da una sorta di patto di franchising, in cui i primi si occupano della cura del brand e i secondi dell’organizzazione del consenso. I partiti in franchising sono adatti ad attrarre clienti, non i cittadini che vogliono partecipare alle scelte; sono concentrati sul mantenimento dello scambio locale e quindi rimangono indifferenti all’elaborazione di programmi di governo nazionali; sono forme notabilari e perciò preposte al mantenimento di un ceto politico, ma non alla selezione di una classe dirigente.”

In una parola, la ragione della inevitabilità delle scelte fatte (accompagnate da una rara sequenza di mesi di dichiarazioni tra le più stupide e controproducenti mai sentite) è che alla base della struttura attuale c’è il clientelismo, che è la vera e unica ragione di vita del partito e vero e unico punto di forza di una classe dirigente che si ritiene (e per molti clientes lo è davvero) indispensabile.

Se qualcuno rottamasse questa classe dirigente, chi garantirebbe quei gruppi di potere di cui sopra? Il denaro ed il potere fluiscono come sangue e linfa verso dei blocchi che un tempo erano corpo sano e che ora si sono trasformati in veri e propri tumori, come cellule sempre più voraci che si moltiplicano e si ingigantiscono smisuratamente fagocitando le cellule di organi adiacenti. Annettendole e annientandole. La prova ulteriore si ha nel fatto che il nipote di Gianni Letta nel suo discorso di insediamento ha detto che vuole fare abolire le province (cosa che è coerentemente presente nel piano della P2 tra l’altro). A parte il fatto che il vero buco dei conti pubblici nasce dalla creazione delle regioni e non dalle province, c’è da dire che, usando il modello Sicilia, cancelleranno di fatto le provincie sostituendole con il triplo degli enti per fare le stesse cose (i cosiddetti “liberi consorzi”), triplicando così la spesa e le clientele in uno scroscio di applausi bipartisan. Tutti contenti, aggiungeremo dei nuovi posti a tavola per fare mangiare qualcosa a un numero sufficiente di persone in modo da rivincere le prossime elezioni (anche grazie a coloro i quali votano per identirarismo e per appartenenza “ideale” ad un gruppo anche se non ne beneficiano direttamente, i cosiddetti “tifosi” che in Italia sono davvero tanti, non contano nulla ma sono molto utili ai partiti di massa). E questo, ovviamente, non prima di aver avuto l’ok dall’Europa; come diceva Marina Sereni, un governo forte (come il loro) può andare a battere i pugni per permettere al debito di avere ulteriori deroghe, tanto il disastro che stanno per fare sul debito si vedrà tra 5-10 anni e non prima.

In sostanza, i tumori sono tanti e talmente grossi che secondo loro sono la nuova vera essenza del corpo, non si possono toccare perché nella loro visione sono oramai in simbiosi col corpo, che ha quindi mutato la propria natura ed il proprio scopo di essere, visto che apparentemente la massa tumorale è superiore alla massa sana del corpo.

In medicina questo vorrebbe dire una morte imminente del corpo o il vivere in maniera deforme ed handicappata per il resto della vita (che di solito non è molto lunga), in politica i tempi sono più dilatati e permettono a una generazione di politici di sopravvivere coi propri privilegi e col proprio potere e benessere. Quindi, la senatrice Finocchiaro può stare tranquilla che potrà continuare a fare la spesa con la scorta ancora a lungo (pensateci bene, dopo essersi abituata a questo andazzo, dover tornare a essere una persona normale potrebbe causarle un choc emotivo non indifferente, non vorrete mica che lei torni ad avere le abitudini di una persona normale? Come potete essere così crudeli?). Poi, visto che la spesa pubblica per ingigantire e irrorare di sangue e di linfa queste cellule tumorali improduttive, non porta benefici ad altri che alle cellule tumorali stesse, quando il cuore smetterà di funzionare sarà tutto finito. Come dice il proverbio “a tutto c’è rimedio fuorché alla morte”, e l’azione di questa classe dirigente non è fatta perché dopo di loro ci sia un rimedio. Se qualcuno gli sopravvivesse, probabilmente scriverebbe una storia nella quale costoro sarebbero dipinti come i grandi cattivi del passato, ricordati con infamia per secoli, come esempio negativo imperituro. E questo loro lo sanno bene.

renzi roma 11 maggio assemblea nazionale partito democratico

P.S. Per il disastro delle prossime elezioni prenderanno un ingenuotto che metteranno a capo della coalizione un minuto prima delle elezioni per limitare il disastro, lo saboteranno come hanno fatto con Prodi, e poi gli daranno la colpa distruggendolo e restando ancora in sella fino alla prossima guerra (certi tipi di situazioni storicamente finiscono solo dopo una brutta guerra, si sa).

ultima modifica: sabato, 11 Maggio 2013