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pubblicato: sabato, 21 luglio, 2012

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Lo spread a 500 punti, i mercati bocciano la cura Monti

Lo spread a 500 punti, i mercati bocciano la cura Monti

 

Più di così non si può fare, oltre non si può andare”. Ci siamo così abituati allo spread da averlo fatto diventare nel lessico politico una metafora da usare a cadenza quotidiana per spiegare ogni situazione politica e non solo il differenziale fra titoli di Stato. Queste parole, riportate stamane sul Corriere della Sera nella rubrica Settegiorni di Francesco Verderami, appartengono al premier Mario Monti e partono proprio dal vero Mr. Spread, quello dei btp-bund.

[ad]Avendo sconfinato i 500 punti di divario e tornando vicino alla soglia da incubo dei 574 punti toccati negli ultimi giorni del governo Berlusconi pagare nuovamente un prezzo salatissimo dei nostri buoni del tesoro pone l’interrogativo su quanto la cura Monti stia funzionando nel paese.

Sotto il peso dell’impopolarità dell’Imu, che sta svuotando le tasche degli italiani proprio in queste settimane, il pensiero largamente diffuso all’interno della maggioranza ABC è che di manovra Salva Italia sia bastata quella dell’anno scorso. Ulteriori sforzi non sono ripetibili.

Un conforto per molte famiglie, sulla cui testa pesa l’indiscrezione diffusa ieri da Dagospia, del pericolo dell’introduzione di una patrimoniale per apportare una correzione dei conti pari a una decina di miliardi nell’anno in corso. Ottenibili secondo delle stime filtrate dallo stesso ministero dell’Economia attraverso una tassazione sui patrimoni superiori ai 250 mila euro. Ovvero su tutto il ceto medio e su qualche nucleo dal reddito basso, ma proprietario della casa in cui vive.

Escluso che un rendimento al 6% dei Btp sia sostenibile, se prolungato per qualche mese, l’altro spread quello metaforico si applica a Monti che pensava di aver lasciato dietro di sé le nubi della tempesta finanziaria grazie ad un incremento dell’imposizione fiscale, qualche taglio di spesa – ancora sulla carta – e riforme realizzate con lo stesso spirito di concertazione che ha contribuito a suo tempo a mandare l’Italia in crisi di competitività ben prima che arrivasse la crisi dell’indebitamento.

Del resto, in Europa gli elogi e i premi alla leadership di Monti sono piovuti con una certa magnanimità. E se il recupero di credibilità internazionale rispetto al duo Berlusconi-Tremonti era un risultato facilmente alla portata della borghesia milanese sobria del professore, più emblematico è stato il riconoscimento delle capacità stabilizzatrici come premio ai suoi interventi nei conti pubblici e nell’economia.

Peccato che rispetto a questa lettura idilliaca si sia creato nel frattempo uno spread crescente fra il decoro riscosso nelle cancellerie di mezzo mondo e l’opinione dei mercati sui fondamentali dell’Italia, che escono invece da un altro anno sfibrante di indecisione. La stampa anglosassone, particolarmente attenta al sentiment degli investitori ha scaricato lo stile di governo poco thatcheriano di Monti dopo la riforma dell’articolo 18, che per le imprese peggiora il grado di rigidità dei rapporti di lavoro.

In Italia, fra gli stessi economisti, il messaggio sta progressivamente arrivando. E un economista progressista di simpatie democratiche ed europeiste come Giacomo Vaciago in un’intervista sul Messaggero sintetizza impietosamente i risultati dei tecnici a palazzo Chigi: “Per ora le riforme di Monti sono solo sulla Gazzetta Ufficiale. Quella del lavoro avrà i primi effetti tra cinque anni, quella sulle pensioni con la vicenda esodati ha peggiorato le finanze pubbliche nell’immediato. E per la spending review, mi viene da dire: campa cavallo”.

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