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pubblicato: lunedì, 15 ottobre, 2012

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In Bersani non c’è il passato ma un’idea diversa di futuro

bersani

Bersani apre la sua campagna per le primarie a Bettola, nel suo paese natale. Viene subito spontaneo accostare mentalmente quella piazza in un piccolo paese negli Appennini con il palco veronese da cui Renzi ha annunciato la sua candidatura. La contrapposizione non potrebbe essere più netta.

La piazza di Bettola è gremita di una folla che si assiepa anche tutto intorno al segretario. Bersani parla da un piccolo podio leggermente rialzato. Tutto attorno militanti, abitanti di Bettola, simpatizzanti, semplici curiosi, in piedi ad ascoltare. Lo stile del discorso è semplice, sobrio, volutamente schietto (“Noi non racconteremo favole”).

[ad]Il grande palco da cui invece parla lo sfidante Renzi è vuoto. Il pubblico è ordinatamente seduto in platea, pronto a sventolare cartelli e bandierine con il nome del leader ad uso delle telecamere. La scenografia è curata alla perfezione, lo slogan della campagna campeggia ovunque. Il discorso evidentemente è stato studiato e limato alla perfezione nei contenuti, nei tempi, negli immagini, nelle pause.

Da una parte semplicità e autenticità, dall’altra una calcolata perfezione tecnica. Due stili, due modelli storici di riferimento: il comizio politico di piazza e la convention di tipo americano che la sinistra europea ha tentato di importare fin dall’inizio degli anni Novanta, assieme alle idee della Terza Via blairiana.

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E questa contrapposizione nelle forme, nel linguaggio scelto si riflette anche nei contenuti, nei temi chiave dei due discorsi. La chiave di lettura più immediata, che molti commentatori hanno impiegato per leggere questa contrapposizione è la dicotomia passato/futuro. Renzi, si dice, parla non di provenienze, di identità, di tradizioni, ma propone una visione del futuro. Bersani invece, come ha detto con un’immagine brillante ieri Carlandrea Adam Poli proprio qui sul Termometro Politico “è come se si rivolgesse a un migliaio di persone, giunte da molte parti del paese per ascoltarlo e incitarlo, dando loro le spalle”.

Non c’è dubbio che Bersani, iniziando la sua campagna abbia parlato di memoria, di passato, di identità (“uno che si candida, che si presenta agli italiani, deve dire quel che farà, sì, ma prima di tutto deve dire chi è”). Ma chi si fermasse a questa lettura rischierebbe di avere una visione limitata della contrapposizione, limitata perchè subalterna a una delle due proposte in campo, quella di Renzi appunto. Impostare le categorie del discorso che anche l’avversario è costretto a usare è un elemento che fa parte di quella che Antonio Gramsci chiamava egemonia culturale. Le stesse categorie che si impiegano in politica non sono neutre ma spesso implicano già un’interpretazione e una valutazione, benché nascosta. Liberare la descrizione di una posizione dalle categorie imposte dall’avversario è il primo passo per intenderla correttamente

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Bersani in piazza a Bettola

Vediamo come avviene ciò in questo caso. Renzi parla molto di futuro. Dice, giustamente, che bisogna recuperare una visione di lungo periodo del futuro “da qui al 2037”. Ma non sembra dare molta importanza al contenuto di quel futuro. Ciò che si intende fare viene definito un po’ sbrigativamente come “la lista della spesa” e posto in una posizione subordinata rispetto all’atteggiamento del porsi come orientati verso il futuro. Un futuro che sarà possibile solo se noi vorremo farlo. E se vorremo farlo “adesso!” Con questa parola d’ordine Renzi vuole invitare alla mobilitazione, ad agire ora. Gianluca Briguglia sul Post (http://www.ilpost.it/gianlucabriguglia/2012/10/14/renzi-e-bersani-due-modelli-di-story-telling/) dice che in questo modo la campagna di Renzi si pone come performativa, come una campagna cioè che invita a credere nella narrazione proposta attivandosi perchè si realizzi. Questo porsi come colui che realizza il futuro, che raccoglie attorno a sé quelli che “vogliono il futuro” lo porta automaticamente, per una contrapposizione naturale a presentare gli altri come quelli che invece rimangono fatalmente legati al passato, quelli che rifiutano il rinnovamento, che temono il futuro.

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