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pubblicato: sabato, 26 gennaio, 2013

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Il sistema Ucraina e la vicenda Tymoshenko

Yulia Tymoshenko

UCRAINA – La seconda metà del Novecento, raccogliendo i sofferti frutti seminati sin dal secolo precedente, ha osservato un rivoluzionario processo capace di riequilibrare i rapporti socio-economici all’interno delle democrazie occidentali: la mobilità sociale. La propulsive spinte di democratizzazione e l’incrementale aumento del benessere hanno così rotto lo statico carattere classista, conducendo a progressivi miglioramenti nelle condizioni di vita degli individui. Il prodotto di tal progresso, sospinto dalla responsabile domanda di maggiore equità sociale, è stato il graduale affermarsi di una classe media capace di diventare, nell’arco di qualche decennio, il perno delle contemporanee democrazie liberali.

[ad]Il processo descritto, lungamente fermentato nelle occidentali botti di rovere, ha conosciuto sorti diverse e più immediate in differenti parti del globo. I percorsi di de-colonizzazione, la venuta meno del mondo bipolare e la ruspante crescita delle economie emergenti hanno infatti condotto una moltitudine di nuovi Paesi a radicali sconvolgimenti negli equilibri sociali. Lo scenario post-sovietico, con le sue eterogenee tinte, costituisce uno degli esempi più interessanti a riguardo.

Yulia Tymoshenko

Implosa l’Unione Sovietica, e conseguentemente tramontato il sogno egualitario comunista, pervaso dalla consolatoria formula di scontentare tutti al fine di non accontentare nessuno, le ex-repubbliche sovietiche, tra cui l’Ucraina, si sono immediatamente fiondate in una nuova era. Essa, dominata da una contraffatta e corrotta copia dell’economia di mercato, alimentando bugiardamente la sete di rivincita sociale, ha prodotto una democrazia familista alternativamente retta da opposti clan. In questo contesto, una duplice dinamica ha favorito l’alternata mobilità sociale dei pochi eletti nella ristretta cerchia delle nazionali oligarchie post-sovietiche. Da una parte, il motore della scalata sociale è stato acceso dalle affinità con le nuove e vecchie classi politiche, alternativamente, egemoni negli ultimi vent’anni. Dall’altra, esso è stato alternativamente spento dalla sgualdrineria di una giustizia che, scordandosi della sua intrinseca imparzialità, ha costantemente sorriso alle avance dei governanti (di turno) e condannato l’assenza di colpe degli oppositori (di turno). Rischi: sbagliare clan. Conseguenze: istantanee demolizioni delle fatiche costruite a suon di unzioni economiche. Risultato: univoco focus sulla gestione (pubblica) dei propri interessi privati.

Una storia può aiutare a chiarificare l’inconcludenza e le miserie prodotte da un simile modus operandi.

C’era una volta una bambina bella e bionda. Era nata il 27 novembre 1960 a Dnipropetrovsk, regione occidentale dell’allora Unione Sovietica, regione orientale dell’odierna Ucraina. Nonostante le ristrettezze economiche, e la precoce scomparsa del padre, ella si era impegnata intensamente ed era riuscita, nel 1984, a laurearsi con lode in Ingegneria Gestionale presso l’università cittadina.

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