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pubblicato: martedì, 12 marzo, 2013

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Beppe Grillo, l’estremo centro. Analisi del M5S

[ad]Ci stavamo affannando nella ricerca del Terzo Polo e dell’estremo centro fra le mille alchimie e le dotte disquisizioni sulla trasformazione della politica in tecnica, che avevamo ignorato l’estremo centro che stava nascendo elettoralmente: il Movimento 5 Stelle.

Può essere per gusto del paradosso che – verrebbe immediatamente da pensare – si possa trovare in Grillo un erede o della Democrazia Cristiana o del disegno neo-centrista di Casini. E chi si è avventurato finora nella ricerca di un’etichetta politica per Beppe Grillo ha cercato di darne un’identificazione piuttosto parziale, scambiando singole issues per stabilirne una posizione nell’asse destra/sinistra. Talvolta per superficialità, altre volte per interesse politico strumentale (leggasi: cercare abboccamenti). Con una possibilità concreta di vedere sia la superficialità che la strumentalità nell’analisi co-protagonisti.

Vediamo per bene le argomentazioni dei seguaci delle due scuole di pensiero: 1) Grillo è di sinistra: nei suoi spettacoli ha alimentato l’irriverenza verso il potere quando comandava Craxi e successivamente con Berlusconi. Le 5 Stelle poi sono un largo richiamo ad un programma di sinistra radicale: l’ambiente, lo sviluppo sostenibile, i trasporti, il welfare e l’acqua pubblica. 2) Grillo è di destra: è stata fino alle elezioni del 24-25 febbraio una ricostruzione del tutto minoritaria e lo è rimasta anche dopo, malgrado l’emorragia del Pdl, passata nell’arco di un quinquennio dal 37 al 22% sia andata in misura cospicua a beneficio del Movimento 5 Stelle. Il grillismo di destra si manifesterebbe nel rifiuto di ogni professionismo della politica (riecheggiando l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, il primo a promettere un limite di mandati per legge ai parlamentari) e in una difesa populista della comunità nazionale da varie minacce: l’euro, la globalizzazione e l’immigrazione (con un no allo ius soli).

Grillo, invece, è di destra e di sinistra contemporaneamente. Spiego meglio il concetto. È innegabile che nel MoVimento 5 Stelle attualmente conviva il mix di sinistra “green wave” avversa agli inceneritori, alle grandi opere pubbliche, portatrice di valori post-materialisti di sviluppo equo-sostenibile e forme di neopopulismo riconosciute convenzionalmente di destra, esplicitate in battaglie a difesa della sovranità monetaria piuttosto che sull’uscita dall’euro tout court. Nel tempo si è creato un perfetto equilibrio. Sia nella connotazione politica del programma sia nella composizione dell’elettorato.

Tracciando un profilo storico possiamo individuare due periodi: fino al 2012; dopo le amministrative del 2012 con la vittoria di Federico Pizzarotti a Parma. Secondo uno studio Itanes-Ipsos (citato nel libro “Il partito di Grillo” edito dal Mulino) nelle elezioni amministrative dell’anno prima non c’era storia: l’elettore tipo del comico genovese era di sinistra. Ogni 100 grillini più di 52 provenivano dal bacino degli scontenti di centrosinistra, circa 33 dal centrodestra e 14 fra gli astenuti. Fra “nuovi elettori” registrati nei sondaggi d’opinione all’indomani della vittoria di Pizzarotti i rapporti di forza sono più equilibrati: 46 nel 2008 avevano votati il centrosinistra o la Sinistra Arcobaleno, 40 il centrodestra o l’Udc 14 avevano scelto l’astensione.

Provenienza

Elettori M5S prima amministrative 2012

Elettori M5S dopo amministrative 2012

Sinistra Arcobaleno

11,0

11,8

Pd-Idv

40,5

34,5

Pdl-Lega Nord-Mpa

27,6

33,8

Altri

1,5

0,6

Non voto

14,3

14,2

Totale

100

100

Il campione del 2012 va assunto con due grandi cautele: 1) Non tiene conto ancora dello tsunami del 2013 (nelle stime prese in considerazione il MoVimento era accreditato del 20-22% col Pd saldamente in testa nei sondaggi su un Pdl al di sotto della soglia del 20%; 2) una volta fuggiti gli elettori ex di centrodestra ed ex di centrosinistra fanno più fatica a collocarsi politicamente: 22 grillini su 100 si dicono né di destra né di sinistra, contro un dato medio di 9 elettori. Andrea Pedrazzani ha elaborato con questi numeri una scala da 1 a 7 sull’autocollocazione nell’asse destra/sinistra. Bene, anche qui dopo maggio 2012 si assiste ad un cambiamento significativo: inizialmente (2009-2011) il valore è di 2-3 (prevalenza di sinistra fra l’M5S) per toccare quota 3,5 (perfetta equidistanza sull’asse) nel luglio dell’anno scorso.

Questo implica che il MoVimento 5 Stelle portandosi dietro issues di destra e issue di sinistra sia definibile centrista? In parte sì e in parte no. Le ragioni del “no” sono le più facili da definire: dalla difesa dei No Tav alla lotta contro gli inceneritori o alle velleità di creare un miscuglio di democrazia diretta e di democrazia deliberativa c’è poco del centrismo democristiano da Prima Repubblica. Contro queste ragioni, che potremmo dire della storia ci sono quelle della geografia: il singolare simposio fra “estrema destra” ed “estrema sinistra” potrebbe aver partorito una formazione di centro. Anzi, di estremo centro.

Una precisazione fondamentale per capire i margini di malleabilità – almeno sulla carta – dei suoi eletti. Tradizionalmente al centro è attribuito un ruolo mediano, di stare nel mezzo e mediare. Invece Grillo sta nel mezzo e vuole cacciare gli altri senza badare a destra e sinistra, a Pd e Pdl: uguali sono per lui. Una forza, pertanto, che pur stando al centro non è centripeta ma centrifuga. E la composizione dell’elettorato non può che dare ulteriore conferma di questa strategia: questi delusi di Bersani e Berlusconi possono far convivere le loro istanze di provenienza in un programma-mosaico che abbia come faro la contro i partiti tradizionali (il nuovo cleavage è fra politica e antipolitica, non più solo fra destra e sinistra); ad ulteriore conferma – abbiamo visto – chi confluisce verso il Movimento 5 Stelle tende in misura maggiore a rifiutare etichette e collocazioni.

Morale della favola: chiunque volesse fare accordi col Movimento 5 Stelle dovrebbe convincere Grillo a snaturare il suo messaggio e a immischiarsi in faccende, che per circa un terzo degli italiani (la loro base elettorale) sono semplicemente da archiviare insieme ai suoi attori.

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3 Commenti

  1. giorgio ha scritto:

    Abbasatanza centrato e uno dei pochi che fa un’analisi abbastanza chiara, in effetti i Movimento 5stelle è una rivoluzione senza esserlo. MI SPIEGO MEGLIO , è L’ICONTRO TRA I CITTADINI DI VARIE ISPIRAZIONI POLITICHE CHE FINALMENTE HANNO CAPITO CHE LA POLITICA NON è UNA PARTITA TRA DUE SQUADRE DI PALLONE MA LA PARTITA DELLA PROPRIA VITA E UNA VOLTA TANTO SI SONO SPOGLIATI DEI PRECONCETTI E MIRANO AD UN TRAGUARDO UNITARIO. QUESTO è SENZ’ALTRO MATURATO DALLA CRISI E DALLA RECESSIONE DI CUI LA COLPA è DA ADOSSARE ALLA VECCHIA POLITICADI POLITICI CORROTTI ,VENDUTI . QUINDI SE IL MOVIMENTO NON SI DISTRAE RIUSCIRA’ AD OTTENERE IL GOVERNO DELLA NAZIONE E A QUEL PUNTO CI SARA’ DA RIFONDARE L’ITALIA.

  2. Guido ha scritto:

    Quindi se l’uscita dall’Euro è una battaglia di destra (di conseguenza) la permanenza nella moneta unica è una politica di sinistra. Giusto?
    Cosa comporta la permanenza dell’Italia nell’Euro? Facciamo un breve elenco: politiche di austerità, abbattimento dei salari, smantellamento delle tutele dei lavoratori… Questa è la sinistra italiana?

    • Mfp ha scritto:

      Se usciamo dall’euro, nel giro di un week-end (la strategia è la stessa che si tratti per l’italia, per la grecia o per l’argentina) ci troveremo con una nuova moneta che si svaluterà in poche ore del 30-40% e senza la possibilità di disporre più del nostro denaro se non per le spese correnti per diversi mesi. Alla fine, contando che la nostra economia non è galoppante come quella dell’argentina, avremmo perso dal 25% al 50% dei nostri soldi, senza garanzie che riusciremo a rifinanziare il nostro debito. Gliela faccio più semplice: saremmo ancora più poveri che in tutti gli altri scenari che non prevedono l’uscita dall’euro. Pertanto se usciamo dall’euro senza che ci obblighino a farlo saremo solamente scemi.

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