Israele: si licenziano gli arabi per combattere la violenza

Pubblicato il 19 Ottobre 2015 alle 14:59 Autore: Guglielmo Sano

Israele: la violenza non accenna a diminuire nello stato ebraico e nei territori palestinesi, al contrario le tensioni si stanno sempre più radicalizzando. Ieri, a una fermata dell’autobus nella città di Beersheba, sud di Israele, un palestinese ha ucciso un soldato dell’IDF; sembra che siano rimaste ferite anche altre 11 persone. L’uomo, identificato come Asam Al Araj, originario della periferia di Gerusalemme, prima ha sparato al militare israeliano con una pistola, ha riferito il comandante della polizia locale Yoram Halevy, poi, impossessatosi del suo fucile d’assalto, ha continuato a sparare, ferendo 4 agenti e 7 civili, alcuni di loro hanno riportato anche delle coltellate. Al Araj è stato ucciso dalla polizia, stessa sorte è toccata a cittadino eritreo scambiato per un suo complice ma che, successivamente, è risultato estraneo a uno degli attacchi più violenti dall’inizio dell’attuale escalation.

Security camera footage of Beersheba terror attack

Risultano, ad oggi, oltre 40 morti palestinesi; poco meno di una decina quelli israeliani: per molti è cominciata una nuova intifada, la terza. Netanyahu ha commentato gli ultimi fatti dicendo che “stiamo provando a mantenere lo status quo e continueremo a farlo”. Il primo ministro si riferiva, in particolare, alla rabbia palestinese seguita a una sempre maggiore presenza israeliana sulla “Spianata delle Moschee. Proprio quest’ultima questione, riaccesasi circa due mesi fa, ha rimesso in moto il ciclo della violenza.

Israele: licenziare, isolare, interrogare

Sempre domenica, 4 città israeliane, sostanzialmente, hanno bandito dalle proprie scuole, per un periodo di tempo di cui ancora non si conosce la durata, i lavoratori arabo-israeliani (che poi sono la maggioranza degli addetti alla manutenzione e alle pulizie). I licenziamenti dei “membri della minoranza”, appellativo con il quale spesso vengono indicati i cittadini israeliani di origine araba, si sono resi necessari per “questioni di sicurezza”, hanno annunciato i municipi di Rehovot, Hod Hasharon, Modiin Maccabim Reut e Tel Aviv, “per calmare le paure dell’opinione pubblica”. Il Ministero dell’Interno ha chiesto a tutte le città che hanno attuato la misura di “rispettare i diritti dei lavoratori senza discriminazioni di religione ed etnia”, tuttavia, non ha esplicitamente chiesto il ritiro del provvedimento. Gli arabi sono il 20% degli 8 milioni di cittadini israeliani: gli attacchi di questi ultimi tempi solo in due occasioni sono stati condotti da arabo-israeliani.

Mentre si potenzia il potere della polizia di “fermare e interrogare” (stop-and-frisk) continua la costruzione di muri per dividere israeliani e palestinesi. Ultimo esempio, la barriera costruita tra il quartiere palestinese di Jabel Mukabar e il quartiere ebraico recentemente realizzato a Gerusalemme Est. Alto 10 metri, dicono dalla polizia, dovrebbe impedire il lancio di bottiglie incendiarie contro le case degli ebrei.

L'autore: Guglielmo Sano

Nato nel 1989 a Palermo, si laurea in Filosofia della conoscenza e della comunicazione per poi proseguire i suoi studi in Scienze filosofiche a Bologna. Giornalista pubblicista dal 2018 (Odg Sicilia), si occupa principalmente di politica e attualità. Cura la sezione esteri per Termometro Politico
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