Elezioni USA: in Iowa a perdere è l’establishment

Pubblicato il 2 Febbraio 2016 alle 13:17 Autore: Antonio Folchetti
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Elezioni USA: in Iowa a perdere è l’establishment

Ebbene sì, la corsa è cominciata. E come ogni sfida elettorale che si rispetti, le previsioni della vigilia sono state (parzialmente) smentite. Il verdetto che emerge dai caucus dell’Iowa ha già fornito interessanti indicazioni, facendo tra l’altro già capitolare le prime teste. Ma procediamo con ordine

Con il 27,8% dei voti, il senatore texano Ted Cruz si è aggiudicato il primo dei cinquanta Stati americani. Lo seguono Donald Trump, con il 24,3% e Marco Rubio, che ottiene il 23,1%. Più staccati gli altri candidati, a partire da Ben Carson, fermo al 9,3%. Giova ricordare, a tal proposito, che ogni Stato si dota di un sistema elettorale autonomo, e non sempre il vincitore si aggiudica tutta la posta in palio. È il caso dell’Iowa, che attribuisce proporzionalmente i delegati, così ripartiti: 8 per Cruz, 7 per Trump e Rubio, 3 per Carson, 1 a testa per Rand Paul e Jeb Bush. A secco i restanti sei candidati, uno dei quali – Mick Huckabee, già candidato alle primarie del 2008 – ha annunciato il ritiro dalla corsa.

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Elezioni USA, primarie Iowa: la sorpresa Cruz e la delusione Trump

Ted Cruz ha ottenuto un risultato che in pochi si aspettavano. Molti osservatori, infatti, avevano evidenziato un suo indebolimento in seguito all’ultimo dibattito, nel quale – oltre ad apparire piuttosto contraddittorio – era stato attaccato dagli altri candidati, certo non brillando in proposte né in retorica (aveva esordito scimmiottando Donald Trump). Gli stessi sondaggi dell’ultim’ora registravano l’incremento del vantaggio del magnate proprio a discapito di Cruz, staccato addirittura con 6/7 punti. I caucus, invece, hanno riservato un capovolgimento di fronte, smentendo sin da subito il “mito dell’imbattibilità” che Trump si era costruito in questi mesi.

Cruz ha vinto grazie alla fitta rete organizzativa che è stato in grado di edificare, contando su un vero e proprio esercito di volontari, oltre che sulla capillare presenza di cristiani evangelici, quasi tutti coagulatisi intorno alla candidatura di Cruz. Quest’ultimo, adesso, si gode un successo per lui ancor più importante, data la generale ostilità dell’élite repubblicana nei suoi confronti. “Questa è una vittoria della base, l’establishment del partito aveva puntato su altri” ha dichiarato Cruz togliendosi già i primi sassolini dalle scarpe.

Dal canto suo, Donald Trump paga – come ha scritto Vittorio Zucconi su Repubblica.it – “la profanazione del tabù del dibattito tv”, al quale aveva deciso di non partecipare per via della conduttrice, a lui non gradita. Gli elettori, evidentemente, hanno concepito questa defezione come una mossa di snobismo gratuito nei confronti di loro stessi. E hanno punito Trump, che probabilmente adesso dovrà reimpostare la sua strategia.

Chi può sorridere è invece Marco Rubio; il giovane senatore della Florida ha ottenuto un risultato ragguardevole, e che conferma la graduale crescita attribuitagli dalle rilevazioni negli ultimi giorni. Conservatore ma non ai livelli estremi di Cruz, abile e cinico quanto basta e soprattutto gradito alle alte sfere del GOP: Rubio sta già diventando il candidato da battere sia per Trump che per Cruz, vista anche la maggiore competitività, rispetto a questi ultimi, nello scontro finale con i democratici.

Il quadro inizia a delinearsi, al netto ovviamente di possibili sorprese. La sfida, con molte probabilità, è ormai a tre. Trump, Cruz e Rubio. Restano relegati ai margini tutti gli altri aspiranti. Ben Carson, il medico afroamericano (anch’egli ultraconservatore) al suo battesimo nell’agone elettorale, sfiora la doppia cifra e si prende 3 delegati, quanti bastano per farlo restare a galla e consentirgli di mettere sul piatto della bilancia il suo modesto consenso. Seguono Rand Paul (senatore e figlio di Ron, già candidato anti-Romney del 2012) e Jeb Bush.

Quest’ultimo trova in Iowa l’amara conferma dell’impossibilità di diventare il terzo esponente della dinastia a conquistare la Casa Bianca. A Jeb non sono bastati gli oltre 100 milioni di dollari raccolti (quasi tutti grazie all’ingente sostegno delle lobby) per raddrizzare una campagna elettorale partita male e destinata a finire presto. In molti già teorizzano un imminente ritiro di Bush per favorire la candidatura di Rubio. Cifre irrisorie per tutti gli altri, come la manager dalle dubbie capacità gestionali Carly Fiorina e John Kasich, il più moderato tra i candidati repubblicani, che per ora non raccoglie i frutti del prestigioso endorsement ricevuto due giorni fa dal New York Times.

Elezioni USA: ora è davvero testa a testa

Tutt’altra aria in casa democratica, dove lo scenario si deframmenta ulteriormente. I candidati erano tre, ma il risultato sconfortante ottenuto ha indotto il sindaco di Baltimora Martin O’Malley a mollare la corsa, lasciando campo aperto ai due veri sfidanti: Hillary Clinton e Bernie Sanders. In quelli che sono stati definiti i caucus in Iowa più combattuti di sempre, Hillary vince sul filo di lana. In base ad un complicato meccanismo di doppia trasformazione di voti in seggi, la ex first lady prende il 49,9% delle preferenze, contro il 49,5% di Sanders. A loro vanno rispettivamente 23 e 21 seggi.

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Un risultato che non ha certo il sapore della vittoria per Hillary Clinton, che per una manciata di voti ha rischiato una clamorosa dèbacle a favore del candidato che fino a qualche settimana fa trattava come un outsider divertente e ben poco credibile. E invece la Clinton è stata in grado di dilapidare un vantaggio che a dicembre si attestava sui 15-20 punti percentuali. Quasi una maledizione per lei, che da superfavorita nel 2008 fu costretta a cedere il passo a Barack Obama, che poi la nominò Segretario di Stato. Potrebbe accadere la stessa cosa? Difficile, ma non impossibile. Certo, non è il risultato che si aspettava l’establishment del partito, tutto schierato a favore della Clinton e sempre più intimorito da un’affermazione di Bernie Sanders.

D’altra parte, il clima che si respira tra i sostenitori di Sanders è tutt’altro che quello di una sconfitta. L’entusiasmo è grande, e l’alta affluenza ha senza dubbio giovato al senatore del Vermont, che nel suo discorso ha rimarcato nuovamente la sua estraneità ai grandi gruppi di interesse, rivendicando con orgoglio un risultato eccezionale ottenuto con il solo appoggio dei cittadini comuni.

Forte del crescente ottimismo e sostegno (ieri anche il regista Michael Moore lo ha “endorsato”, mentre i dati ci dicono che il 90% dei democrat under 30 sta con lui) Sanders “il socialista” ha dichiarato che l’America “è pronta a un’idea radicale” ed è già in volo verso il New Hampshire, dove si voterà il 9 febbraio e i sondaggi lo consacrano da tempo come vincitore assoluto.

L'autore: Antonio Folchetti

Classe ’92, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Roma Tre, sto proseguendo gli studi magistrali presso l'Università di Urbino. Mi interesso prevalentemente di policy making, competizione intrapartitica, sistemi elettorali e comportamento elettorale, anche locale. Collaboro con Termometro Politico dall’aprile 2014. Seguimi anche su twitter: @AntFolchetti
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