pubblicato: martedì, 27 febbraio, 2018

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Speciale elezioni 2018, Potere al Popolo: intervista ad Andrea Sonaglioni (PCI-PaP)

potere al popolo

Speciale elezioni 2018, Potere al Popolo: intervista ad Andrea Sonaglioni (PCI-PaP)

Eccoci arrivati, le elezioni 2018 sono alle porte e una delle nuove forze schierate in campo è Potere al Popolo. Questa lista, in corsa sia per il Parlamento che per la Regione, ha raccolto al suo interno – non senza contestazioni – anche il (rinato) Partito Comunista Italiano; l’obiettivo di questa alleanza è quello di tornare ad offrire un’alternativa di sinistra – quella vera, direbbero loro. Così, dopo aver dialogato con la leader di PaP Viola Carofalo, stavolta a parlarci delle proposte di questo movimento, ma da una nuova prospettiva, è Andrea Sonaglioni.

Sonaglioni, 31 anni, è dottorando di ricerca all’Università di Roma “Tor Vergata” (discuterà la sua tesi di dottorato proprio il giorno successivo alle elezioni del 4 marzo); subito dopo le rappresentanze studentesche, ha iniziato la sua militanza comunista. Nel giugno 2016 ha poi partecipato all’assemblea ri-costituente del Partito Comunista Italiano (PCI) di cui è membro del Comitato Centrale e Presidente della Federazione dei Castelli Romani. È consigliere comunale della sua città (Ariccia – RM) e candidato per Potere al Popolo alla Camera dei Deputati e alla Regione Lazio.

Il Partito Comunista Italiano alla fine ha scelto, per questo importante appuntamento elettorale, di aderire alla lista di Potere al Popolo. Quanto è stata condivisa dagli attivisti e dagli iscritti questa decisione? E quanto lo sarà, nella sua previsione, dagli elettori?

Sì, il PCI, dopo un intenso dibattito interno, ha deciso a larga maggioranza (col voto favorevole di circa il 70% del comitato centrale) di aderire alla lista di Potere al Popolo. Il dibattito ha coinvolto tutte le strutture, partendo dal vertice e coinvolgendo via via i comitati regionali e federali, che su questa ipotesi si sono espressi. La discussione, come molti sapranno, è stata a volte piuttosto accesa e spesso ha esondato i confini degli organi partitici finendo poi sui social, contribuendo a gonfiare una bolla che, lo sappiamo bene, si rivela più grande di ciò che sembra.

La discussione insomma ha investito tutto il partito, dal vertice, alla base, ritornando al vertice; il comitato centrale, massimo organo decisionale, si è conseguentemente espresso. Questo fanno, da sempre, i partiti comunisti; altrimenti non sarebbero tali. I nostri elettori e sostenitori, poi, sanno benissimo che le elezioni costituiscono un mezzo, uno strumento e non un fine. Sanno benissimo che la nostra mission è la ricostruzione del Partito Comunista Italiano nel quadro più ampio di una sinistra di classe; la grande casa di tutti i comunisti e di chi si ribella allo stato delle cose di oggi. Ho la fondata sensazione che il prossimo 4 marzo i nostri elettori esercitino consapevolmente il loro diritto al voto sostenendo Potere al Popolo e le candidate ed i candidati comunisti al suo interno.

Le elezioni 2018 saranno per voi un banco di prova importante. Qual è, secondo lei, per il PCI il valore aggiunto dell’unione con un movimento giovane come Potere al Popolo?

Parto da un fatto curioso: nella tragicomica giornata dell’assemblea del Brancaccio convocata da Anna Falcone e Tomaso Montanari, furono solo due le realtà a cui fu impedito di parlare: il PCI ed il centro sociale Je so’ Pazzo. Già solo per questo si creò un clima di solidarietà tra le nostre due realtà che si è poi concretizzato con la nostra adesione alla lista da loro lanciata.

Nella nostra prospettiva Potere al Popolo costituisce una sorta di fronte popolare, come ce ne sono molti nel mondo e nella storia. Al suo interno vi sono organizzazioni partitiche (il PCI, Rifondazione Comunista, Sinistra Anticapitalista, Risorgimento Socialista, la Rete dei Comunisti) e sociali (Je so’ Pazzo, i Clash City Workers, la piattaforma sociale Eurostop, i sindacati di base, gli studenti resistenti, tantissimi collettivi e movimenti) che, anche con visioni talvolta diverse, hanno saggiamente deciso di aggregarsi e di trasformarsi da mera riunione di resistenza e protesta a costruzione ed elaborazione di una proposta politica. Questo è un fronte in cui, prima di tutto, ci si riconosce. Stiamo tutti sulla stessa barca ed insieme vogliamo cambiare rotta.

Una delle vostre battaglie, che portate avanti ormai da tempo, riguarda la costruzione di un Fronte anticapitalista e di popolo che agisca in contrasto ai grandi poteri finanziari e politici, nazionali e, soprattutto, sovranazionali. E’ attualmente possibile e perseguibile, secondo lei, questo progetto di riacquisizione della propria indipendenza nazionale e di revisione, in politica estera, dell’Alleanza Atlantica? In che modo?

Innanzitutto sgombriamo il tavolo da alcuni falsi pregiudizi: riacquisire l’indipendenza e la sovranità nazionale è una cosa di sinistra, ha a che fare con la democrazia e con la partecipazione. Il fatto che vi siano poche persone, poche cariche, che con le proprie decisioni condizionano i comportamenti di interi paesi è inaccettabile. Non solo, riflette esattamente il meccanismo dell’accentramento di ricchezza, e quindi di potere, nelle mani di pochi cui assistiamo negli ultimi decenni.

Questo processo di riacquisizione della nostra sovranità non solo è possibile ma, ancor prima, è necessario. La fuoriuscita dal cartello guerrafondaio denominato Nato è un vecchio pallino dei comunisti e della sinistra italiana. La Nato è il braccio armato dell’imperialismo statunitense, farne parte significa contribuire finanziariamente ed essere complici del bombardamento di intere parti del globo per la destabilizzazione e l’accaparramento delle risorse dei paesi che non si comportano “bene”, di paesi indipendenti appunto. La guerra è il primo nemico delle classi lavoratrici internazionali, dei popoli tutti, degli ultimi, ed è ripudiata dalla nostra Costituzione per la risoluzione delle controversie. La faccio io una domanda a lei: cosa aspettiamo ad uscirne? Visto anche quanto ci costa (circa il 2% del PIL ogni anno).

Immagini di spostare questo grande ammontare di risorse sui servizi pubblici essenziali, sulla sanità, la scuola, il trasporto, le infrastrutture fisiche e digitali. A questo punto le ipotesi sono 2: o ne usciamo costruendo nel tempo un largo e più ampio movimento d’opinione che attraversi tutto il Paese e l’Europa, capace quindi di ridiscuterne i termini e di disconoscerli; oppure, fare un atto simbolico di resistenza, immediato ma dalle conseguenze incerte. Io sarei per la prima ipotesi, ma un piano B è sempre bene averlo.

La campagna elettorale sta volgendo al termine, ormai il 4 marzo è alle porte. In molti – a ragione – l’hanno giudicata una campagna ben povera di contenuti, discussioni, confronti e proposte concrete. Questo è valso sia per le elezioni politiche che quelle regionali, di cui se ne è parlato anche meno. Lei è candidato anche in regione, ci dica quali sono le questioni più urgenti e quali sono le priorità di PaP per il Lazio.

Condivido il giudizio su questa campagna elettorale. Se i grandi media ci avessero dato lo spazio e la visibilità che ci spetta – come state facendo voi ora – il livello di contenuti e proposte si sarebbe certamente innalzato. Ma è il segno dei tempi, la macchina di costruzione del consenso decide chi sono le forze a cui dare voce, visibilità, sostegno e quelle a cui toglierla. Avessimo avuto anche solo lo spazio riservato alle liste neofasciste, beh staremmo ragionando sul programma dei primi 100 giorni di Governo di Viola Carofalo, prima donna presidente del Consiglio.

Stesso discorso può essere fatto a livello regionale. La nostra candidata presidente, di nuovo una donna, Elisabetta Canitano sta facendo un enorme sforzo per raggiungere le aree della regione che più hanno subito le contraddizioni della giunta Zingaretti. I disagi nella sanità pubblica, nella mobilità pubblica, nella tutela dell’ambiente, nei poli industriali e commerciali con le lavoratrici ed i lavoratori abbandonati a loro stessi; e poi la rigenerazione degli spazi urbani, il comparto degli asili e delle scuole, il turismo sostenibile. Questi sono i temi su cui ci concentreremo nella nostra azione in consiglio regionale.

Tra i temi di cui si è discusso meno in questa campagna c’è il lavoro, argomento a voi molto caro. Quali sono le proposte di Potere al Popolo per quanto riguarda un rilancio dell’occupazione?

Innanzitutto neutralizzare gli effetti di tutte quelle riforme e leggi che l’occupazione la atomizzano e la precarizzano e quindi cancellare il Jobs Act e la legge Fornero sul lavoro; insomma di tutto quel comparto normativo che impedisce l’attuazione dei principi costituzionali del lavoro stabile e sicuro nonché della corresponsione di un salario che garantisca alle lavoratrici ed ai lavoratori, alle loro famiglie, un’esistenza libera e dignitosa.

Dopodiché investire laddove si manifestino impatti sociali ed ambientali positivi e quindi rilanciare l’intervento pubblico nella ricerca, nelle politiche industriali sostenibili, nello sviluppo dei territori, puntando sulla riconversione ecologica dell’economia. E poi la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per rilanciare i consumi e per restituire ai lavoratori il comando delle proprie vite e la possibilità di coltivare i propri interessi e le proprie relazioni. Ridonare una prospettiva: questo è l’obiettivo.

Nonostante le differenze, esistono dei punti d’incontro tra il vostro programma e quello della sinistra di Liberi e Uguali. Come ad esempio il ripristino dell’articolo 18, una riforma dell’istruzione che garantisca maggior qualità, un accesso più ampio e, soprattutto, un abbattimento dei costi per tutto il percorso formativo. Era davvero impossibile un’alleanza? La frammentazione è uno dei grandi problemi della sinistra italiana, un po’ ovunque.

Un’alleanza con LeU è impossibile nella misura in cui il trascorso e le prospettive post-voto sono molto divergenti. I maggiori rappresentanti di LeU sono stati gli artefici e grandi sostenitori delle riforme che più hanno compresso i diritti dei lavoratori e degli strati più deboli e vulnerabili della società, quali noi siamo; oggi, coadiuvati anche da giovani leve che conosco e che stimo, provano a darsi una nuova verginità. Noi consideriamo definitivamente fallita l’esperienza del centro-sinistra, riconoscendo peraltro anche delle nostre responsabilità del passato; davanti a noi c’è un percorso nuovo, originale, di ricomposizione di una rappresentanza sociale, di classe, prima che politica.

LeU ha il dichiarato intento di riallearsi e magari riprendersi il PD, che probabilmente vedrà un ennesimo vertiginoso calo di consensi, perché quello era, ed è tuttora, il loro primordiale progetto post-ideologico. Alla regione Lazio poi hanno scelto di suggellare questa loro subalternità al PD, ponendosi nella ambigua posizione di millantarsi alternativi sul piano nazionale e di riconciliarsi sul piano regionale. Posso solo immaginare la confusione dalla quale saranno pervasi i suoi sostenitori. A loro va la nostra solidarietà.

Paolo Gentiloni di recente ha detto che gli avversari del Pd vogliono “abbattere un modello”, quello europeo di società aperta al dialogo con le altre culture; il premier ritiene infatti che i paladini della paura e della chiusura siano pericolosi perché stanno sfruttando squilibri e danni sociali generati dal progresso. Lei di questo cosa ne pensa?

Rifiuto categoricamente questa costruzione. Innanzitutto questo “modello europeo” è tutto tranne che aperto al dialogo con le altre culture; basta guardare i nostri ragguardevoli atteggiamenti rispetto ai fatti in Libia, nel Mediterraneo, in Medioriente, nell’est dell’Ucraina, nella nostra posizione con Russia e Cina. D’altronde l’Unione Europea è nata male, con finalità del tutto avulse dalle necessità ed aspirazioni delle sue genti, e si appresta ad implodere. A determinarle sono le logiche del capitalismo che denunciamo da sempre – almeno da 170 anni, dalla prima pubblicazione del Capitale di Karl Marx – e su queste si è avviato il processo di costruzione dell’Unione Europea: prima i capitali poi, forse, le persone.

Nel febbraio scorso il PCI organizzò una bellissima conferenza sui temi “UE ed euro”: parteciparono nomi altisonanti di economisti come Sergio Cesaratto, Domenico Moro, Luciano Vasapollo; a me colpì la frase di chiusura del contributo di Emiliano Brancaccio “I flussi migratori sono quello che, da un punto di vista storico materialista, si definisce ‘epifenomeno della crisi del capitale’. Quindi altro che arrestiamoli tutti, ma arrestiamo i capitali!”. Emblematico. In sostanza, al modello dei muri e delle chiusure noi preferiamo quello dei ponti e dell’unione dei popoli. Infine, se il progresso genera squilibri e danni sociali allora non è progresso, è barbarie. Come spero sia facilmente intuibile, i nostri riferimenti sono decisamente altri.

In questo clima di tensione sociale e malcontento quale risultato si aspetta per i movimenti di destra che ritentano, come voi, l’approdo in Parlamento?

Mah, i movimenti di destra non sono mai usciti dal Parlamento, né dalle istituzioni in generale. Semmai stanno tentando di rafforzare ulteriormente la loro presenza. A noi dispiace che alcuni strati delle classi popolari che più avvertono questa tensione sociale non colgano che le politiche regressive che abbiamo subìto sono, in via originaria, di diretta emanazione di forze di destra; e lo sono a tutela di precisi interessi ai quali le forze della destra, soprattutto la più estrema, sono state sempre storicamente a completo servizio. La loro sovraesposizione mediatica è una diretta manifestazione di questo legame.

Noi siamo per l’attuazione della nostra Costituzione, fondata sulla liberazione dal nazifascismo, sulla Resistenza e sull’antifascismo, come abbiamo dimostrato a Macerata ed in tutte le città salite agli “onori” delle cronache per le aggressioni squadriste. Oltre a cancellare questa ingiustificata sovraesposizione, siamo per comprimere qualsiasi spazio e agibilità politica alle forze antidemocratiche, neofasciste, xenofobe e seminatrici di odio sociale. Per una questione di aderenza di forma alla nostra Costituzione, ma soprattutto di sostanza. Il carattere sostanziale della nostra avanzatissima Costituzione è incontrovertibile. Se applicata neutralizzerebbe qualsiasi spinta reazionaria e queste forze non avrebbero ossigeno.

Il Rosatellum, la legge elettorale con cui andremo a votare domenica 4 marzo, probabilmente non permetterà a nessuna delle forze politiche di ottenere una maggioranza stabile. Quale scenario si aspetta per il dopo urne?

Mi aspetto lo scenario che chi ha votato questa legge indegna desiderava. Probabilmente nessuna forza, tra quelle bene in vista nell’apparato mediatico, avrà i numeri per governare autonomamente e forse si procederà con un governo del Presidente. Il punto però è che a noi interessa relativamente. La governabilità è un falso problema. Viene sbandierato per maturare un ripiegamento al ribasso delle masse, per innestare in queste un desiderio di pax e sicurezza.

La nostra Repubblica ha visto straordinari avanzamenti nelle condizioni delle classi lavoratrici così come dolorosissime contrazioni indipendentemente dal susseguirsi dei governi. Il punto, semmai, è la governance. È sempre la solita questione, ed è sempre la solita risposta: al servizio di quali interessi si costituiscono i governi? Gli interessi del capitale. E noi contro quelli ci scagliamo e contro quelli, dopo il 4 marzo, continueremo a condurre la nostra lotta per l’emancipazione del popolo.

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