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Esiodo, tra società arcaica e labili tracce di modernità

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Esiodo tra società arcaica e labili tracce di modernità.

L’io poetico in Esiodo

Vi ricorderete senz’altro di Esiodo per poemi come la Teogonia: canto cosmogonico che illustra ai lettori- discenti la nascita degli dei, come suggerisce il titolo stesso; il primordiale stato del ordine astrale e terrestre, ove il caos impera primo ed assoluto, ed al suo fianco il tenebroso Tartaro; e così l’Erebo, la dimora dei morti, e la notte.

Per comprendere l’importanza di Esiodo nella letteratura europea basti pensare ad una caratteristica delle sue opere: egli è il primo ad inserire il proprio io poetico nei suoi versi. Lo notiamo nel proemio della Teogonia: cominci il mio canto dalle Muse Eliconie [..], dove l’aggettivo possessivo rimarca la presenza dell’autore. Qualcuno potrebbe obiettare che già nell’Iliade Omero sceglieva simili soluzioni: canta-mi o Dea del pelide Achille, ricorderete. Ma quel mi enclitico in realtà non è presente nel testo greco: è un errore, o se vogliamo essere gentili, una libertà poetico-esegetica che si è concesso Monti nella sua celebre versione del labor omerico. Tuttavia nell’Odissea si legge qualcosa di simile nel luogo proemiale: narra-mi o Dea del multiforme Odisseo [..]. Il che non deve destare sorprese: la composizione dell’Odissea e delle opere di Esiodo avviene nello stesso periodo: riflettono dunque una modernità che non appartiene all’Iliade.

Tuttavia, anche rispetto all’Odissea, Esiodo presenta più caratteri di tale modernità tant’è che, come si è detto, possiamo parlare di vero e proprio io poetico. Un caso su tutti: la presenza di scorci biografici nelle Opere e giorni, altra sua opera principale (il nome originale dovrebbe essere solo Opere, in greco erga, giorni è un’aggiunta nei manoscritti medievali che non può, per ovvie cause, essere ascritta al poeta beotico). Tutta la cornice di Opere è costituita da una vicenda personale dell’autore: la perdità dell’eredità paterna in seguito ad una causa giudiziaria contro il fratello Perse. All’interno di tale quadretto, Esiodo, rivolgendosi ad un preciso tu (il fratello), descrive lo scorrere delle stagioni e come si devono svolgere i lavori in base a tale ciclo. Possiamo leggervi anche una delle prime attestazioni del mito di Pandora e del suo celebre vaso, le cinque fasi della storia dell’uomo, il mito di Prometeo e tutta una serie di precetti che hanno come scopo la formazione dell’uomo nobile d’animo.

Ed è su tale precettistica che ci soffermiamo, rivelando al lettore un lato oscuro (nel senso di poco noto) di Esiodo che difficilmente viene letto nei licei e che ha lasciato meno memoria nella percezione della collettività a noi contemporanea, giacché al fianco di massime che potrebbero essere rubricate dal lettore moderno come saggezza popolare, vi sono anche perle, per così dire, molto più inusuali. Si badi bene: la distinzione è particolarmente evidente oggi, ma per Esiodo non doveva sussistere.

Esiodo e la società della vergogna

Qualche esempio di cui parliamo;

Esiodo, Opere, 727-734

Né devi, contro il sole rivolto, diritto urinare, bensí quando tramonta, ricordati, e volto a orïente. Né su la via, né fuori dovrai camminando urinare,

né le vergogne mostrare: le notti appartengono ai Beati. Accoccolare invece, si deve l’uom pio, l’uomo saggio, ed accostarsi al muro di ben circondato recinto.

E dentro casa, mai non devi il focolare appressarti

con le vergogne insozzate: guardar te ne devi. (trad. Ettore Romagnoli)

Detto in parole molto meno liriche della traduzione di Romagnoli: Esiodo ci sta spiegando come orinare per strada e di “sgrullarci” bene le pudenda prima di entrare in casa, presso il focolare. Romagnoli traduce con imbruttate di seme, laddove si è sostituito con insozzate, dal momento che il testo greco non presenta la parola seme, ma il solo participio: lasciamo al lettore il piacere di decidere di cosa possano essere sporche le vergogne dello “zozzone” generico.

Sul tema del bisogno fisiologico, Esiodo vi ritorna a 757-759:

Né su le foci devi dei fiumi che corrono al mare, né su le fonti urinare, ma bene guardar te ne devi; né scaricarvi il ventre: gran bene sarà se t’astieni.

Sebbene ciò possa sembrare estremamente ridicolo ad un lettore contemporaneo, così non era – certamente – per Esiodo. Difficile che, a cavallo tra VIII e VII sec. a.C. vi fosse un diffuso problema di mascalzoni che urinavano camminando per le vie della polis: forse era più probabile presso i fiumi. In ogni caso, nonostante ciò che si è detto ad inizio articolo, e cioè che Esiodo riflette un maggior grado di modernità rispetto all’Iliade e in misura minore l’Odissea, Opere rimane un testo della Grecia arcaica perfettamente inserito in quella che è stata spesso definita come società della vergogna, in opposizione alla nostra che è società di colpa. Esiodo è “moderno” limitamente ad una caratteristica cara alla poesia a noi più vicina: la presenza di un io.

La società della vergogna affida il giudizio di un individualità ad una autorità

Questo è evidente soprattutto nel primo degli inviti che Esiodo rivolge al tu lettore: di non urinare dinanzi al sole. Questo è insieme riflesso di credenze arcaiche (il sole come occhio degli Dei è un concetto mistico-religioso che raramente ritorna nella Grecia classica) ed ingiunzione a non commettere atti vergognosi alla presenza di un’autorità (la società della vergogna affida sempre il giudizio di un individualità ad una autorità o una collettività, anche nel campo di quella che noi oggi chiamiamo morale).

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Sovente si fa un gran parlare, anche presso professori e specialisti, dell’attualità dei classici. Così non è, sebbene Esiodo ce ne dia l’illusione con la sua presenza nell’opera. Esiodo (sineddoche per i classici tutti) sono sempre riflesso della società che li ha nutriti e dei valori che essa porta. Giudicare con parametri a noi vicini e rintracciare qui e là tracce di pensiero moderno tout court può tradursi in errore.

L’illusione dell’attualità

Un ultimo esempio, sulla falsariga dei precedenti, a riprova dell’inattualità del classico. Esiodo, Opere, 750-754

Neppure è buona cosa, seder su le inanimate cose un fanciullo di dodici anni: l’uomo, cosí, non diventa piú uomo.

Lo stesso anche avverrebbe, se fosse di dodici mesi. Neppur si deve un uomo lavare in un bagno di donne: anche su ciò, col tempo, s’aggrava una lugubre sorte.

esattamente ciò che sembra: avvertenze per il genitore su come evitare di non far diventare omosessuale il proprio figlio; non poggiarlo su enigmatiche “cose inanimate” (di espressioni del genere come eufemismi e vaghe cripticità, Esiodo si serve spesso) o di non utilizzare il bagno delle donne.

Immaginate un qualsiasi politico, di qualsiasi schieramento, dire una cosa del genere e osservate l’ipotetica reazione dell’uditorio virtuale e non: avrete una dimostrazione dell’attualità di gran parte del pensiero classico.

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ultima modifica: martedì, 17 Aprile 2018