Pubblicato il 13/03/2019

Brexit, e ora? Tutti gli scenari possibili

autore: Michele Mastandrea
Brexit, e ora? Tutti gli scenari possibili

È sempre più caos intorno alla Brexit. La premier britannica Theresa May ha dovuto infatti registrare nella giornata di ieri una ennesima debacle politica. Ben 391 deputati hanno votato contro il suo nuovo piano per l’uscita dall’Unione, a fronte di soli 241 favorevoli.

Solo poche decine tra i conservatori che avevano votato contro May a gennaio hanno appoggiato il nuovo piano. Il ruolo dei tory switchers, come erano stati ribattezzati, era stato scrutinato soprattutto per la possibilità di una scelta di compromesso. Ovvero, piuttosto che rischiare che la Gran Bretagna rimanesse nell’Unione, questi avrebbero potuto votare a favore dell’accordo nonostante le perplessità in merito.

Brexit, il backstop affossa le speranze di May

Il piano era sostanzialmente l’ultimo tentativo di fare passare la linea dell’esecutivo sulla questione. Tentativo nato già sotto una cattiva stella prima di essere discusso in aula. In precedenza, a smorzare le possibilità che l’accordo passasse era stato il parere giudiziale del procuratore generale Geoffrey Cox. Concentrandosi su quanto ottenuto riguardo al tema del backstop, Cox aveva sostanzialmente fatto emergere il carattere non rilevante delle modifiche decise lunedì scorso da May e Juncker.

L’effetto è stato quello di smorzare il tentativo, più mediatico che altro, dell’inquilina di Downing Street di ottenere un via libera dai Comuni. Via libera che puntualmente non è arrivato. Il backstop riguarda la possibilità di mantenere un confine non rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord. Per molti Tories hard-brexiteers è un problema politico rilevante. Dato che di fatto il backstop implica la permanenza britannica nell’Unione, quantomeno a livello doganale, per un tempo indefinito.

La posizione hard-brexiteer vede infatti nell’uscita totale dall’Unione la possibilità di stipulare accordi economici molto più convenienti per Londra. Dall’altro lato, i critici della Brexit affermano che questa avrebbe conseguenze disastrose sull’economia. Intanto, proprio per rassicurare i mercati e la comunità imprenditoriale, il governo britannico ha affermato che anche in caso di no deal a circa il 90% dei beni importati da Londra non verrà applicato alcun dazio.

E adesso? Poche opzioni rimangono sul tavolo

Questa sconfitta arriva all’interno di un un percorso sempre più accidentato e di sempre più difficile risoluzione. Infatti, due sole opzioni a questo punto sembrano rimanere sul terreno. Da un lato, no deal, come vorrebbe l’ala più conservatrice dei Tories. Dall’altro, rinvio della Brexit e nuove elezioni. Queste potrebbero anche portare in seguito alla concessione di un nuovo referendum.

Sembra molto difficile che May cerchi di proporre una terza versione di un piano di uscita, dato che anche Juncker aveva affermato che non ci sarebbero state terze chance. Oggi il Parlamento britannico voterà sulla possibilità di un uscita entro 16 giorni dall’Unione, ma è difficile che ci sia parere positivo. Più facile che invece passi giovedì una mozione per rinviare la deadline del 29 Marzo in cui la Gran Bretagna dovrebbe teoricamente lasciare l’Unione.

In caso ci sia il via libera all’accordo, il 21 Marzo i 27 dell’Unione dovranno anch’essi esprimersi a favore della proroga. Non sarà però un atto automatico. “I 27 membri dell’Unione Europea si aspettano di ricevere una giustificazione credibile per una possibile estensione, con indicata la durata” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.

In altre parole, il rinvio della decisione dovrà essere accompagnato da motivazioni circostanziate. Leggasi anche mutazioni nel quadro politico. Non a caso, nella serata di ieri, il leader laburista Jeremy Corbyn ha chiesto ufficialmente l’indizione di nuove elezioni.

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Autore: Michele Mastandrea

Nato nel 1988, vive a Bologna. Laureato in Relazioni Internazionali all'università felsinea, su Termometro Politico scrive di politica estera ed economia.
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