01/07/2019

Black code: servizi segreti, cocktail e italiani

autore: Nicolò Zuliani
Black code: servizi segreti, cocktail e italiani

Palazzo Margherita, Roma
Sede dell’Ambasciata degli Stati Uniti

Giovedì 12 settembre 1941, attorno alle ore 23

Il colonnello Normann E. Fiske doveva uscire due ore prima, invece si era trattenuto in ufficio a fare Dio sa cosa. Sono anni difficili; la Germania nazista ha già invaso Polonia, Danimarca e Norvegia, la Francia è caduta, l’Italia è entrata in guerra l’anno prima convinta fosse praticamente già vinta e negli USA, seppur neutrali, molti analisti sono certi che invece Hitler non si fermerà.

Fiske esce dall’ambasciata con la sua valigetta ventiquattr’ore, saluta il piantone, varca la cancellata liberty e gira a destra, camminando sotto gli alberi di via Veneto che stanno perdendo le prime foglie. Arriva all’hotel Ambasciatori, un capolavoro neoclassico a due minuti da lì.

Via Vittorio Veneto, Roma, 1942

Intanto, nell’ambasciata americana, i due uscieri abbandonano la posizione e si dirigono verso l’ufficio di Fiske. Potrebbe essere la volta buona, perché quando Fiske lavora fino a tardi esce stanco, quindi distratto. È già successo una settimana prima, quando ha dimenticato le chiavi della cassaforte e i due sono riusciti a farne un calco, e da lì una replica funzionante. Arrivati alla porta, uno fa da palo, l’altro sgattaiola dentro. Tira le tende, accende la lampada ministeriale di vetro e ottone sulla scrivania e apre la cassaforte.

L’usciere che fruga tra le carte si chiama Loris Gheraldi, 40 anni, agente dei Servizi segreti italiani (SIM, Servizio Informazioni Militare) infiltrato nell’ambasciata americana fin dal 1920. Sa già cosa cercare, e agguanta un plico di fogli. Se lo infila sotto la camicia, chiude la cassaforte, spegne la luce e batte con l’unghia contro la porta. Dall’altra parte riceve lo stesso suono. Esce. I due tornano alla postazione, poi Gheraldi trotta fuori dall’ambasciata sotto gli occhi dei piantoni. È normale. Il suo compito è quello di fare da galoppino e consegnare buste, plichi e telegrammi a qualunque ora. Gheraldi taglia l’angolo e si mette a correre verso una palazzina dall’altra parte della strada.

Roma Termini, 1942

La hall dell’hotel Ambasciatori è molto discreta. Un bancone in noce del primo ‘800, la statuetta in bronzo di un soldato austroungarico su una biga, la bacheca con le chiavi dello stesso periodo storico. Fiske sta per chiedere la sua quando alle sue spalle sente il tintinnare di bicchieri e pensa che prima di andare a dormire si è meritato un drink. Non dovrebbe, ma è originario del Kentucky e ha visto sugli scaffali una bottiglia di Jim Bean. Un Old fashion non è la fine del mondo, dopotutto. Inverte la rotta e raggiunge il bar, ordina e si siede, lasciando che lo stress e i pensieri smettano di vorticare.

Gheraldi entra nella palazzina e trova chi ha pianificato tutta l’operazione: il maggiore dei Carabinieri Talamo Manfredi, della Sezione P del SIM. Con lui ci sono due sottufficiali già con le macchine fotografiche pronte. Quando tirano fuori il plico, sgranano gli occhi: sono almeno un migliaio di fogli da copiare. Sono le 23 e l’ambasciata si rimette in moto alle 6 di mattina, in teoria hanno sette ore, ma il contenuto del plico potrebbe essere necessario in qualsiasi momento. Non esistono apparecchi digitali, ogni foto va fatta e sviluppata a pellicola. Manfredi non si perde d’animo e si mettono al lavoro.

Tenente Colonnello Talamo Manfredi

Il bar dell’hotel a mezzanotte chiude.

Il colonnello Fiske porta istintivamente la mano al portafogli e non lo trova. L’ha lasciato sulla scrivania dell’ufficio. Non è un problema – basta addebitare il drink alla camera – ma di principio; Normann è un distratto cronico, gli è già stato fatto notare più volte. Se non hai testa hai gambe, dicono gli italiani. Porta la mano alla tasca con le chiavi dell’ufficio e della cassaforte, quelle almeno se le è ricordate. Dovrebbe tornare indietro, e dopotutto sono solo due minuti di strada. Sbuffa e sta per alzarsi, quando il barman attraversa la hall deserta e gli mette sul tavolo un dito di bourbon: «L’ultimo lo offre la casa», sorride.

Norman fissa il bicchiere.
Potrebbe scolarselo in un sorso, ma il sapore di casa va centellinato. E poi l’ambasciata ha un galoppino, se lo può far portare da lui.

«Grazi», dice in un tentativo d’italiano, poi si tira dietro il bicchiere e raggiunge i telefoni nella hall.

Nell’ambasciata americana, il secondo agente del SIM riceve una telefonata dal colonnello che vuole Gheraldi. Lui dice che è in bagno, Norman ordina di essere richiamato. È un bel problema, perché il secondo usciere non può avvertire il collega, da lì. La palazzina del SIM ha un numero di telefono, ma la chiamata rimarrebbe nei registri dell’ambasciata e le cabine telefoniche non esistono ancora. Ogni istante che passa rischia di far suonare quello strano campanello che hanno le persone nella testa, che trilla appena viene pronunciata la parola “strano”.

Richiama il colonnello e fa la sceneggiata; Gheraldi dal bagno non esce, avrà mangiato qualcosa di pesante. Però tanto ha lasciato le chiavi qui sul tavolo e posso farlo io. Sì, non avrebbe dovuto separarsene. Sì, cosa vuole che le dica. Siamo italiani, abbia pazienza. Riattacca, va nell’ufficio di Fiske, prende il portafogli e l’occhio gli cade sulle tende. Gherardi si è dimenticato di rimetterle a posto. Le tira in modo da far entrare la luce dei lampioni, esce.

Hitler e Mussolini a Monaco, 1942
Camicie nere, 1941

Nella palazzina, Gherardi e gli agenti del SIM hanno finito di copiare il codice. Senza dire una parola si rimette il plico sotto la camicia ed esce di corsa diretto all’ambasciata. Non trova il collega e non è un buon segno. Torna nell’ufficio di Fiske, rimette il plico nella cassaforte. Cinque minuti dopo, il secondo agente fa capolino dall’ingresso. Tutto a posto. Il giorno dopo, né Fiske né il personale si accorgono di nulla. Nelle mani del generale Vittorio Gamba, però, il SIM consegna il Black code, codice con cui gli americani e gli inglesi criptano le loro comunicazioni; da quel momento ogni sussurro viene intercettato dalle antenne del SIM e tradotto.

Quando gli USA entrano in guerra, gli americani non reputano opportuno cambiarlo, considerandolo a prova di sfondamento.

Edwin Rommel, 1942


Cairo, due mesi dopo
Fronte libico egiziano

Il colonnello degli Stati Uniti Frank Bonner Fellers, di casa nel comando britannico in Medio Oriente, è a capo dell’ottava divisione. Appena arrivato comincia a trasmettere informazioni con il Black code. Noi italiani non abbiamo mai detto ai nazisti di essere in suo possesso: ci limitiamo a intercettare gli americani, tradurre i testi, ricriptarli con Enigma e mandare il risultato al nostro Comando superiore in Libia e al Comando di Edwin Rommel, spacciandole come ottenute da un fantomatico informatore.

È grazie al nostro lavoro che il generale Rommel merita il titolo di “volpe del deserto”. Ogni giorno, all’ora di pranzo, Rommel sa esattamente la disposizione delle forze nemiche e le loro intenzioni. Non esistono attacchi di sorpresa, incursioni, tranelli che Rommel non sappia evitare. È (anche) grazie a questo che l’asse italo tedesca arriva fino El Alamein, mentre l’Ottava armata perde 60,000 uomini, 2000 carri armati, più una mole incalcolabile di artiglieria, munizioni ed equipaggiamento.

Ma ci va di mezzo la psicologia.

Edwin Rommel e italiani, 1942

Dopo una serie spaventosa di insuccessi, morti e sconfitte, il morale degli inglesi è a terra. I messaggi che Fellers manda al comando sono tra il pessimista e il desolato, che culminano in una valutazione complessiva dell’intera Ottava armata. Fellers dice che sono a terra, il SIM lo riferisce a Rommel e il suo ego fa un tragico errore: crede di poter arrivare alla zona del Canale, oltrepassando lo stretto di El Alamein.

Tutti gli strateghi tedeschi tentano di dissuaderlo, incluso Kesselring e il generale Bastico, ma lui è irremovibile. Durante le manovre, il 10 luglio 1942 la 9° divisione australiana attacca e stermina un reparto intercettazioni degli Afrika Korps, guidata dal capitano Seebhon. Erano poco addestrati e peggio armati, avevano sbagliato strada e si erano portati troppo vicini alla linea del fronte. Gli australiani li sterminano e si trovano con tre autocarri carichi di antenne, radio e documenti. Frugano in cerca di materiale utile e scoprono le loro stesse comunicazioni tradotte in tedesco.

In sei mesi, inglesi e americani capiscono l’errore e cambiano il codice di cifratura, rendendo il Black code inutilizzabile. Rommel perde improvvisamente il suo fiuto leggendario.

Herbert Keppler

Il maggiore Talamo Manfredi, dopo aver collaborato alla liberazione di Olivetti, colpevole di antifascismo, passerà alla Resistenza. Verrà arrestato da Herbert Keppler e torturato perché riveli informazioni, che solo Dio sa come, riesce a non divulgare. Keppler, sconfitto, lo fa fucilare per vendetta assieme agli altri martiri delle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.

Lo Stato italiano gli conferisce la medaglia d’oro al valor militare.

Autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
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