Il mito delle fake-news e la spirale dell’odio – Intervista al prof. Walter Quattrociocchi

Pubblicato il 14 Novembre 2019 alle 16:18 Autore: Gianluca Borrelli
Il mito delle fake-news e la spirale dell’odio – Intervista al prof. Walter Quattrociocchi

Si fa un gran parlare di fake-news (qui un nostro articolo sul tema e sulla correlazione con comportamenti elettorali), di analfabetismo funzionale e di odio sui principali media in quella che sta diventando una vera e propria guerra tra bande sui social.

Per cercare di capire come si sta sviluppando questo fenomeno proponiamo una nostra intervista a Walter Quattrociocchi: direttore del Laboratorio di Dati e Complessità e docente di Social Network Analysis all’Università Ca’ Foscari di Venezia e uno dei massimi esperti internazionali di analisi dati e reti sociali.

Domande e risposte su fake-news e molto altro

D. Professore, può dirci in due parole di cosa si occupa?

R. Dirigo un gruppo di ricerca che ha avuto la fortuna di studiare in maniera quantitativa (analisi su milioni di utenti) l’impatto dei social media sui comportamenti umani.

D. Come si diffonde l’informazione in rete?

R. Internet e i social, in particolare, hanno cambiato il nostro rapporto con le informazioni. Accediamo senza sforzo a un’enorme quantità di contenuti, ma oltre alla quantità è aumentata anche l’eterogeneità. Apriamo Google, digitiamo qualche parola chiave e un algoritmo ci riporterà una lista di documenti indicizzati che parlano di quello che abbiamo chiesto, non di quello che vogliamo sapere. Il ruolo dell’essere umano in questo processo è fondamentale, nonostante le apparenze.

D. Provi a spiegarla a qualcuno che non ne capisce nulla.

R. Il modo in cui impostiamo la ricerca a influisce sul risultato che poi otteniamo. Un conto è impostare la ricerca con “danni vaccini”, e un altro è scrivere “vaccini” e basta. Nel primo caso l’algoritmo ci riporta documenti che hanno la co-occorrenza delle parole danni e vaccini. Decidiamo il risultato di una ricerca prima ancora di averla iniziata.

Insomma, il modo in cui impostiamo la ricerca influisce enormemente sul risultato che poi otteniamo. Stessa cosa succede nella produzione dei contenuti. Scrivere un pezzo su un blog si può fare senza troppa fatica e a costo zero. Infatti scrivono tutti su qualunque argomento. Anche queste cose finiscono indicizzate dai motori di ricerca.

D. Questo avviene perché Internet decostruisce ogni ordine e gerarchia?

R. Internet è nata per decentralizzare, e fa perfettamente il suo dovere. Questa facilità nella produzione e nella fruizione dei contenuti ha ovviamente cambiato anche il modello di business dell’informazione. Bisogna produrre tanti contenuti in poco tempo e renderli accattivanti. Quello che paga è il numero di click. Tante anime che competono in un mercato in cui la moneta è l’attenzione dell’utente. I nostri esperimenti dicono che tendiamo a guardare le informazioni che più aderiscono alla nostra visione del mondo e ad ignorare informazioni a contrasto. Se qualcuno ci porta informazioni contro il nostro pensiero, in base a quanto teniamo all’argomento, tendiamo a chiuderci e radicalizzarci.

D. Quindi cosa sono le fake-news?

R. Un modo errato e goffo di definire un qualcosa che è cambiato nel mondo dell’informazione. Tutti usano fake-news, o informazioni poco accurate, o strumentali, dipende dalla prospettiva che si difende. La maggior disponibilità di contenuti ha solo aumentato la nostra possibilità di scelta, per cui finiamo per fare scelte molto più selettive. Non cerchiamo l’informazione utile, ma quella che ci piace. Per capire bene le dinamiche basta pensare alle tribù che si riuniscono intorno ad un totem e lo difendono dai nemici. In questo ambiente quello che realmente si perde è la comunicazione e lo scambio di informazioni. Il risultato è che spesso girano studi pseudoscientifici insensati che servono solo a creare attenzione e a confermare il pregiudizio delle persone.

Il professor Walter Quattrociocchi

D. Ci può fare qualche esempio?

R. Questo ambiente di comunicazione così estremo e tendente alla segregazione ha creato dei vuoti pazzeschi, al punto che è iniziata la folle corsa alla tuttologia. Si trovano notevoli sforzi, a volte poco appaganti, per ridurre il mondo a vero o falso. Esercizio che in un ambiente disintermediato diventa una gara autoreferenziale ad autoincensarsi. Il fenomeno è generale, avviene in tutti i settori. Nel vuoto totale proliferano gli “esperti” di ogni cosa. Mi è capitato di fare interviste con giornalisti che erano evidentemente poco esperti di quello di cui volevano scrivere e spiegare. Ho incontrato persone che dicevano di fare analisi dati su reti sociali che non sapevano bene cosa stessero implementando. Mi è capitato di mettere le mani su un’analisi dati che diceva di aver trovato influenze russe nelle elezioni di un Paese Europeo salvo poi scoprire che l’analisi era stata fatta da un principiante e completamente fallata. Capita di vedere analisi di flussi senza fare le percentuali, le frazioni, le distribuzioni di probabilità. Cose abbastanza simpatiche, ma fatte male, con risultati sballati, che possono alimentare derive assurde e complottiste (sia da destra che da sinistra) su temi che spaventano.

Nel senso se vuoi vedere quante fake news si diffondono su un social e mi dai il numero assoluto (senza dividere per il numero totale di interazioni) non stai dicendo nulla. Se non tieni conto della modalità di interazione non mi dici nulla sul pattern che dici di aver trovato. Insomma capita spesso che ci siano esperti improvvisati con la pretesa di spiegare cose che non sanno.

Alcuni di questi studi poi sono su basi quantomeno opinabili. Sicuramente c’è una strumentalizzazione delle informazioni e spesso si cercano di far passare ricerche e studi che non lo sono. L’appellativo di analfabeta funzionale, per esempio, è una strumentalizzazione, un nuovo modo di dare dello stupido a chi non la pensa come noi. Ci sono studi che contraddicono fortemente questa ipotesi, ma quelli ovviamente non fa comodo prenderli in considerazione. Sempre stesso meccanismo, uso l’informazione che mi dà ragione, che mi piace, poco importa del valore di verità. È questo meccanismo del voler avere per forza ragione che innesca la spirale di odio.

D. Cui prodest? Certo alcuni giornali faranno click e venderanno copie ma a chi giova alimentare la spirale dell’odio? Non conviene ai cittadini e non conviene nemmeno alla politica…

R. Nel breve termine fa ricevere molti like e un alto coinvolgimento degli utenti. Magari qualche ciarlatano può avere il suo momento di gloria sparandola grossa, ma nel medio e lungo termini l’effetto è la rottura di ogni credibilità e fiducia.

D. Chi decide cosa è vero e cosa è falso? Cosa è giusto e cosa è sbagliato? Forse la frase più bella della del film Joker è proprio questa. La classe dirigente, soprattutto giornalistica, si è forse arrogata un ruolo che non le spettava. È questa la vera fake news?

R. I giornali non sono portatori di verità come si pensa che debbano essere. Possono riportare i fatti (cercando di farlo bene) e le opinioni (mostrando le diverse campane ove possibile e non sposando una tesi a prescindere). Il dibattito sulle fake-news è quindi mal posto. I giornalisti sono forse che quelli che hanno pagato di più il cambio di paradigma nel mondo dell’informazione. Alcuni forse hanno anche interesse a mantenere il problema declinato nella forma “dobbiamo combattere le bugie contro la verità”, il problema è che cosi facendo dicono enormi bugie anche loro e rischiano di fare danni incalcolabili.

Tutto quanto detto in precedenza si fonda su un paio di fattori:

  • la convinzione diffusa che i lettori siano tutti bambini sciocchi da educare istruire e dirgli cosa fare e cosa pensare;
  • la convinzione che questo compito spetti ai media, che invece hanno spesso come reale obiettivo quello di fare click e soldi, se necessario anche a dispetto della verità.

Facilmente quando il discorso si radicalizza (praticamente sempre) si tende verso il paternalismo e questa tendenza allontana ancora di più le persone. Come dicevo prima, a volte, c’è anche la tendenza ad arrogarsi il ruolo di guru ed esperto (salvo poi non capirci nulla dell’argomento riportato).

La causa è venduta come nobile: «salvare la democrazia dalla degenerazione dell’ignoranza» salvo poi utilizzare modalità e linguaggio organici alle cose che si vogliono combattere.

Ricapitolando, gli italiani non sono analfabeti funzionali, sono solo un po’ pigri o distratti, i media si perdono in narrative spesso motivate dal bisogno di fare click e soldi e alla fine si alimentano delle inutili spirali di odio e di sospetto reciproco che non fanno bene alla coesione sociale e al benessere della cittadinanza stessa, finendo col polarizzare le opinioni e creare conflitti anche dove non ci sono.

La spirale dell’odio nasce dal fatto che abbiamo smesso di ascoltare. Nasce dal fatto che le élite hanno dimenticato di svolgere un servizio per la società (e non per appagare il proprio ego). Nasce dal fatto che proliferano i ciarlatani e cosi la fiducia va a rotoli. Andrebbe riconquistata la fiducia piano piano, parlando con competenza e rispetto, ma pare sia esercizio troppo complicato e in antitesi con il modello di business dei contenuti social.

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L'autore: Gianluca Borrelli

Salernitano, ingegnere delle telecomunicazioni, da sempre appassionato di politica. Ha vissuto e lavorato per anni all'estero tra Irlanda e Inghilterra. Fondatore ed editore del «Termometro Politico».
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