Buoni pasto 2020 a rischio: quanto perdono gli esercenti

Pubblicato il 6 Febbraio 2020 alle 13:50 Autore: Guglielmo Sano

Buoni pasto 2020: i commercianti sono sul piede di guerra. La minaccia delle associazioni di categoria è quella di bloccare l’intero sistema. Perché?

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Buoni pasto 2020 a rischio: quanto perdono gli esercenti

Buoni pasto 2020: i commercianti sono sul piede di guerra. La minaccia delle associazioni di categoria è quella di bloccare l’intero sistema in assenza di un’inversione di rotta immediata. Circa tre milioni di dipendenti pubblici e privati potrebbero vedersi preclusa la possibilità di utilizzare i ticket per spesa e pranzo.

Buoni pasto 2020: l’accusa dei commercianti

Una denuncia pesante quella formulata dalle associazioni di categoria che rappresentano la maggioranza delle imprese della ristorazione e della distribuzione italiana. Il sistema dei buoni pasto attualmente in vigore nasconde “una tassa occulta del 30% a carico degli esercenti sul valore di ogni buono”. Infatti, bisogna considerare che per la vendita di prodotti e servizi dal valore di 8 euro se ne guadagnano solo poco più di 6 (che arrivano tradizionalmente con un grave ritardo). Aggiungendo le commissioni alle società che li emettono e gli oneri finanziari, bar, ristoranti, supermercati e centri commerciali perdono 3mila euro ogni 10mila di buoni incassati.

“Siamo arrivati al limite della sopportazione. Senza una riforma siamo pronti a smettere di prendere i buoni pasto. Il sistema è al collasso e se non ci sarà un’inversione di rotta immediata, quasi tre milioni di dipendenti pubblici e privati potrebbero vedersi negata la possibilità di pagare il pranzo o la spesa con i ticket” recita un comunicato diramato congiuntamente da Fipe Confcommercio, Ferdistribuzione, Ancc Coop, Confesercenti, Fida e Ancd Conad.

Le associazioni di categoria precisano poi come la situazione sia l’effetto “delle gare bandite da Consip (centrale unica per gli acquisti della PA, ndR) per la fornitura del servizio alla pubblica amministrazione, che hanno ormai spinto le commissioni al di sopra del 20%”. Dunque, hanno chiesto al MISE di rivedere l’intero sistema affinché “il valore nominale dei buoni pasto sia rispettato lungo tutta la filiera”.

La risposta di Anseb e Codacons

L’Anseb, sigla che riunisce le società che emettono i buoni pasto, invece, difende il sistema sottostante l’erogazione di quella che può essere definita una vera e propria “misura di welfare”, anche alla luce delle modifiche apportate dall’ultima manovra, da una parte, additando l’opinione degli esercenti come una semplicistica generalizzazione – “tecnicamente sbagliata e capziosa politicamente” – e, dall’altra, invitando tutti gli attori coinvolti nel settore a un tavolo di confronto. Nel frattempo, dal Codacons avvertono: “è impensabile sospendere l’accettazione dei buoni che rappresentano parte integrante dei contratti di lavoro perché così si limiterebbe l’esercizio di un diritto acquisito dei cittadini”.

Le stime più recenti riferiscono che sono oltre 10 milioni i lavoratori che utilizzano i buoni pasto: per quasi il 65% sono la prima forma di pagamento in pausa pranzo. I dipendenti pubblici e privati spendono ogni giorno negli esercizi convenzionati una cifra che si aggira intorno ai 13 milioni di euro.

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L'autore: Guglielmo Sano

Nato nel 1989 a Palermo, si laurea in Filosofia della conoscenza e della comunicazione per poi proseguire i suoi studi in Scienze filosofiche a Bologna. Giornalista pubblicista dal 2018 (Odg Sicilia), si occupa principalmente di politica e attualità. Cura la sezione esteri per Termometro Politico
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