Operazione Locusta, la prima e ultima volta che vedemmo la guerra in TV

Pubblicato il 14 Agosto 2020 alle 18:20
Aggiornato il: 25 Agosto 2020 alle 18:20
Autore: Nicolò Zuliani

L’abbattimento del Tornado di Bellini e Cocciolone segnò una tappa importante per noi e per i media.

Operazione Locusta, la prima e ultima volta che vedemmo la guerra in TV

17 gennaio 1991, inizio di Desert storm per liberare il Kuwait dagli iracheni di Saddam. Per noi è “Missione locusta”. Nei cieli del Kuwait è il tramonto, e c’è una tempesta di sabbia di potenza mai vista. Gli altri piloti francesi e inglesi hanno rinunciato al rifornimento in volo per le condizioni proibitive e sono tornati alla base di Al-Dhafra ad Abu Dhabi. Gli unici che si ostinano a provarci sono il maggiore Bellini e il capitano Cocciolone, alle prese con il bocchettone che sporge dal C135 e proprio non c’è verso che riesca a infilarsi nell’augello del Tornado.

Dopo un quarto d’ora che sembra un’eternità, soli in mezzo al nulla, la voce stanca di Cocciolone comunica che ci sono riusciti.

«Madonna mia. Non riesco neanche a tenerlo dritto» geme Bellini «Non ho mai visto una roba del genere.»
«Ok, dopo viriamo per prua 294.»
«Kuwait city è ancora accesa, meno male. Mi era venuta l’idea che non ci fosse nessuno.»
«Ok, ci siamo… MIKE. Due miglia, poi viriamo inbound al target 276.»
«Un miglio, poi 276?»
«Sì, 276.»
«Ok, inbound da subito.»
«Comincia ad andare, vai… Ok, committa.»
«Sono andate» dice, e le bombe Mk-83 piombano sui depositi munizioni.

Sotto di loro, il radar della postazione mobili lanciamissili aggancia il bersaglio, lo trasmette al missile e il militare di Saddam ne fa partire due.

L’allarme generale risuona nei caschi mentre sul lunotto sinistro la spia SAM (Surface-To-Air missile) s’illumina. Da qualche parte sotto di loro è decollato un missile contenente 25kg di esplosivo che procede verso di loro a 1500 chilometri orari. Reagiscono in fretta; Bellini spinge la cloche in avanti e la manopola della velocità indietro attivando il postbruciatore, facendo piombare il Tornado a 300 piedi e oltrepassando la velocità del suono. È una cabrata che spinge al limite la capacità di manovra del Tornado e impedisce al cuore dei piloti di portare il sangue al resto del corpo.

«500 piedi, vai più basso! 400 piedi!»
«Gesù…»
«Ci sei, 200 piedi. Stabilizzati così.»
«Ok, sei inbound, vai così. Livella! Livella! Livella!»

Fuori dalla carlinga vedono solo buio e sabbia mentre il computer calcola il tempo d’impatto e lo proietta sul radar di bordo. Le dune del deserto dovrebbero confondere i sensori di ricerca del missile, ma i piloti devono andare in volo strumentale perché c’è troppo buio e non si azzardano a sfidare l’altimetro. Sganciano i serbatoi ausiliari appena riempiti per guadagnare agilità e spinta, ma non basta.

«Ok sei basso, 200 piedi, tutta canna, così. Le taniche le ho buttate.»
«Chaffa! Chaffa al massimo!»
«Sto chaffando, tu vai così! Vai giù!»

Il missile è troppo agile. Rilasciano gli chaff, strisce d’alluminio che in condizioni normali possono ingannarlo creando un bersaglio fasullo, ma la tempesta li disperde troppo in fretta perché possano essere scambiati per una forma unica. Il primo SAM li raggiunge ed esplode in coda, prendendoli di striscio.

«I motori sono ancora buoni!»
«130 piedi, 120 piedi, vai co-
Il secondo no.

Il SAM disintegra timone, deriva, stabilizzatori e i due motori Turbo Union; per miracolo i serbatoi non esplodono. Il Tornado è perduto, Bellini grida l’eject-eject-eject e tira la manopola che ha tra le gambe.

La carlinga salta via, i razzi incastrati nei sedili li sparano fuori con una spinta di 3G solo per farli sbattere contro una massa d’aria e sabbia che li investe a 30 metri d’altezza e oltre 1000 chilometri all’ora, poi il paracadute li fa decelerare a 200 in meno di due secondi. Perdono i sensi entrambi, ma sono vivi. Il paracadute si apre in automatico e li fa planare nella notte del Kuwait, dove vengono raggiunti e presi dalle truppe di Saddam.

Alla Farnesina il telefono squilla quasi contemporaneamente. La notizia arriva alla CNN il 20 gennaio, e a quanto pare assieme ai due italiani ci sono anche cinque piloti NATO. Il famigerato video del loro interrogatorio viene diffuso dalle TV irachene il 21. Enrico Ruggeri se lo ricorda bene: l’Italia aveva già partecipato a svariate operazioni interforze; quella però era la prima volta che i boomer potevano vedere la guerra in televisione.

Sarà anche l’ultima.

Cocciolone e Bellini vengono portati a Baghdad. Uno dei rapitori gli dice «Noi siamo un popolo del Terzo mondo, non abbiamo mica firmato la Convenzione di Ginevra» e infatti non la rispettano; li separano e invece di rinchiuderli in un campo prigionieri di guerra li mettono in minuscole celle sotterranee del quartier generale della Guardia Nazionale, dove li torturano per semplice divertimento. Li drogano, gli puntano una lampada in faccia e li picchiano non perché vogliano sapere qualcosa, non gli fanno nemmeno domande: gli ripetono ossessivamente che li uccideranno.

Nelle altre celle sentono urla e grida in altre lingue.

Gli americani, intanto, non potendo sapere che nel quartier generale ci sono dentro piloti loro e alleati, la notte del 23 febbraio mandano un Nighthawk a bombardarlo, mentre la CNN riprendeva in diretta mostrando immagini che lasciarono il mondo a bocca aperta. Nessuno saprà mai quanti ci rimasero secchi: Bellini e Cocciolone verranno tirati fuori dopo otto ore a respirare polvere e fumi d’esplosivo. Con loro, anche se in una cella separata, c’era un pilota inglese.

Lui – con un outfit straordinario – oggi racconta come ci si sente quando vieni abbattuto e catturato. Ti picchiano con mazze da baseball, tubi di gomma, ti spengono sigarette addosso e non ti danno da mangiare finché ti obbligano a dire, davanti a una telecamera, cos’hai fatto. Il pilota inglese lo fa: dice di aver bombardato un aeroporto. A quel punto è convinto lo uccidano, e i suoi ultimi pensieri sono di avere disonorato la sua famiglia, di non rivederla più e che il suo popolo lo considererà un traditore.

C’era anche una soldatessa, lì sotto: Rhonda Cornum. Era un medico militare a bordo di un Black Hawk che cercava un pilota disperso, invece era andata male. Era stata abbattuta il 27 febbraio, i militari di Saddam l’avevano estratta dai rottami con un proiettile nella schiena ed entrambe le braccia rotte, poi l’avevano sistemata nel palazzo dov’erano anche Bellini e Cocciolone. Quando ricorda lo stupro subito, Rhonda scrive:

È sgradevole, questo è quanto. Tutti hanno fatto un gran casino per questo fatto indecente, ma la sola cosa che l’ha reso indecente era di non essere consensuale. Mi sono chiesta: “Mi impedirà di uscire da qui? Rischio mi uccida? Mi causerà disabilità permanenti? Mi sfigurerà? E infine: è straziante? Se non rientra in queste cinque categorie non è importante. C’è una quantità enorme di interesse su questo fatto e non per gli uomini. Al maggiore Jeffrey Tice hanno fatto esplodere un dente con le scosse elettriche, e sembra a nessuno importi.

Dopo 47 giorni, durante la puntata di Domenica In del 5 marzo, c’è un’edizione straordinaria che interrompe le trasmissioni: i due piloti stanno bene e verranno liberati, cosa che scatena un’ovazione. L’Italia non aveva mai vissuto niente del genere, e i due piloti rapiti erano raccontati, e soprattutto sentiti, come figli perduti. Era un’Italia diversa, più ingenua e impreparata all’impatto emotivo, che di notte seguiva gli aggiornamenti sul televideo. Da allora il modo di raccontare la guerra cambiò radicalmente. Le autorità decisero che era meglio tenere la popolazione – e i giornalisti – assai più distanti sia per una questione di sicurezza che di sensibilità.

L'autore: Nicolò Zuliani

Veneziano, vivo a Milano. Ho scritto su Men's Health, GQ.it, Cosmopolitan, The Vision. Mi piacciono le giacche di tweed.
Tutti gli articoli di Nicolò Zuliani →