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pubblicato: venerdì, 16 marzo, 2018

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Aldo Moro e il principio dignità della persona

Aldo Moro e il principio dignità della persona

Oggi, 16 marzo 2018, è il quarantesimo anniversario del rapimento, in via Fani, di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Un rapimento effettuato in circostanze in parte da chiarire, ma che ha colpito tutti noi in quanto cittadini italiani. Aldo Moro, infatti, è uno di quei politici che con la sua vita hanno costruito la democrazia italiana. In che senso e a partire da quali idee?

Possiamo, in questa sede, semplicemente prendere atto della sua capacità di coinvolgere diversi partiti nella conduzione del governo; ci riferiamo alla stagione, seppur breve, del centro-sinistra negli anni ’60 e al tentativo del compromesso storico che, nell’accezione morotea, non doveva portare, semplicemente, ad una vasta collaborazione di governo; ma, soprattutto, garantire un principio chiave della democrazia: l’alternanza di governo.

Democratizzazione popolare e collaborazione

I principi ispiratori della filosofia morotea erano sostanzialmente due: l’idea che una democrazia sia sana quanto più renda i cittadini capaci di partecipare; la convinzione che per favorire questa democratizzazione popolare della società fosse necessaria la collaborazione fra partiti. Fare politica e, ancor più profondamente, essere cittadini, significa riconoscere che al di là delle idee e delle sensibilità diverse ci sia qualcosa che ci accomuna: il Bene Comune. Cercarlo, conoscerlo, approfondirlo e concretizzarlo è compito di ogni cittadino, non solo di chi è impegnato direttamente in politica. Per queste sue idee fu rapito e ucciso da un gruppo di estremisti, probabilmente con la compiacenza di chi vedeva una minaccia in questa idea popolare di democrazia, da una parte all’altra della cortina di ferro (stando alle indagini della commissione parlamentare).

Il principio dignità

Aldo Moro (DC) e Enrico Berlinguer (PCI)

Aldo Moro (DC) e Enrico Berlinguer (PCI)

A sorreggere questa visione c’è l’alta idea della dignità della persona umana. In un contesto estremamente ideologizzato come l’Italia degli anni di piombo, Moro si è battuto per affermare che ogni persona ha una dignità intoccabile in quanto tale. Un uomo è, prima di tutto, qualcuno la cui vita non è mai a nostra disposizione. Un uomo non è le sua idea politica, il suo ruolo sociale, la sua attività culturale; è molto di più. La dignità di ogni uomo trascende quello che fa perché, anche in un’ottica semplicemente umana, il dato fondamentale dell’esistenza è la gratuità; ovvero l’indisponibilità a strumentalizzarla, se vissuta autenticamente.

Tale idea maturò negli anni della giovinezza, quelli vissuti nella Fuci e nell’Italia fascista che calpestava questa concezione della dignità umana. Ma venne messa alla prova anche nei difficili anni della contestazione politica, quando l’ideologia politica, di diverso colore, portava a vedere prima di tutto il ruolo materiale dell’individuo. Mario Moretti, uno dei dirigenti delle Brigate Rosse che ha partecipato all’operazione di via Fani, in un’intervista a Sergio Zavoli lo ammette chiaramente; l’uccisione di Moro affondava le radici nell’ideologia che portava a vedere il politico prima della persona.

Un uomo è più di un politico

 

L’ideologia rivoluzionaria non ammetteva una dignità capace di trascendere il ruolo che ciascuno di noi ha nella società. Sembra folle, ma i brigatisti parlavano di se stessi come persone incapaci di uccidere; ma in quanto protagonisti della rivoluzione erano legittimati a eliminare chiunque li ostacolasse. Ecco allora cosa c’era in gioco: da un lato la convinzione che l’umano non sia una dimensione a disposizione di chicchessia; dall’altro la visione della politica come elemento fondamentale dell’umanità. Affermare il principio dignità significa essere convinti che la dimensione politica sia un elemento, per quanto importante, non totalizzante; l’uomo non è solo ciò che mangia, non è, semplicemente, una pedina nella dialettica materiale della società. No, è qualcuno chiamato, insieme a me, a rendere il mondo più giusto, uguale e libero.

L’insegnamento di Aldo Moro e la terza repubblica: quale rapporto?

Cosa ha da dirci tutto questo oggi, nel post-elezioni 2018, che Di Maio, ma non solo, ha salutato come l’inizio della terza repubblica? Mi sembra che il messaggio più importante che Moro, con la sua vita, continua a testimoniare anche oggi sia che per un politico e per un cittadino l’importante non sia, prima di tutto, vincere le elezioni; ma costruire, tutti insieme, una società migliore. In questi giorni di annunci sul nuovo governo, di irrigidimento generale delle posizioni; di urli all’incandidabilità dell’avversario, sia lo sconfitto “mafioso” sia il vincitore “populista”, è bene lasciarsi provocare da questa idea. Il resto è vuota retorica o, peggio, dittatura dei perfetti. Ma la storia insegna che queste ultime non hanno futuro.

Davide Penna per il blog Nipoti di Maritain

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