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pubblicato: martedì, 19 febbraio, 2013

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In Italia un nuovo compromesso storico?

In uno dei suoi non rari slanci di cinica sintesi, Francesco Cossiga definì la Costituzione italiana come una piccola Conferenza di Jalta (o Yalta).

La Conferenza di Jalta (o Yalta) fu un vertice tenuto nel febbraio del 1945 a pochi mesi dal termine della seconda guerra mondiale, nell’omonima città sovietica, i cui protagonisti tre protagonisti furono Roosevelt, Churchill e Stalin, capi dei governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Unione Sovietica.

La Conferenza di Jalta (o Yalta) fu un vertice tenuto nel febbraio del 1945 a pochi mesi dal termine della seconda guerra mondiale, nell’omonima città sovietica, i cui protagonisti tre protagonisti furono Roosevelt, Churchill e Stalin, capi dei governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Unione Sovietica.

In effetti, così come l’assetto dell’Europa sancito al vertice del 1945 fu il risultato della contrapposizione tra le democrazie anglosassoni e il comunismo sovietico, allo stesso modo la Costituzione italiana del 1948 scaturì dall’”incontro” tra i due grandi blocchi del dell’epoca a cui corrispondevano: la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Comunista Italiano (PCI).

[ad]Certamente il lavoro dei costituenti fu più “creativo” e fecondo, e permise di includere nella carta costituzionale le tradizioni, istanze e impronte politiche e sociali dell’intera Italia antifascista. Tuttavia Jalta ebbe un profondo peso sulle vicende politiche italiane dei decenni successivi, possiamo affermare fino ad oggi…

L’ordine geo-politico di Jalta fu diligentemente mantenuto per quarant’anni da entrambi i blocchi: né gli USA, né l’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) si adoperarono seriamente per sovvertirlo. Ne è una prova la sostanziale inazione del blocco occidentale di fronte alle rivolte anti-sovietiche di Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968), ed anche in occasione della stessa caduta del muro di Berlino (1989).

L’Europa divisa in due dal 1945 al 1989: in blu le nazioni fedeli agli USA, in rosso l’Unione Sovietica e paesi alleati. In grigio i paesi formalmente neutrali.

Nella spartizione dell’Europa, l’Italia finì nella sfera d’influenza statunitense, costituendone la situazione più “spinosa” e delicata. In Italia, infatti, esisteva il più forte partito comunista europeo che, pur rimanendo sempre all’opposizione, durante i trent’anni successivi alla fine della guerra sfiorò stabilmente il 40% dei voti, minacciando la supremazia democristiana che garantiva la fedeltà agli USA.

[ad]La situazione politica italiana, che rispecchiava in scala minore la divisione del mondo in due fazioni, determinò una situazione per cui chi non voleva i comunisti al potere votava DC, anche se non vi si identificava in toto, e viceversa. Un equilibrio bloccato, asfittico, asfissiante e pericolosamente delicato.

Dopo vent’anni di governi democristiani e i primi “esperimenti” di centro-sinistra con l’ingresso dei socialisti al governo, a cavallo tra anni ’60 e ’70, la situazione si fece assai “calda”: formazioni di estrema sinistra sparavano in strada, mentre bombe sui treni e nelle stazioni causavano paura e confusione, funzionali al mantenimento dello status quo.

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