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pubblicato: lunedì, 7 novembre, 2011

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Dentro e fuori il Pd, il consenso da capire

Bersani a san giovanni

consenso pdVergogna. Questa è una delle parole che più volte è risuonata in piazza San Giovanni sabato,  nel corso della manifestazione del Pd. <<Vergogna>> ha ripetuto dal palco Bersani, in maniera quasi ossessiva, all’indirizzo del governo Berlusconi e <<Vergogna>> è stata l’accoglienza che alcuni manifestanti hanno riservato  al sindaco di Firenze Matteo Renzi.

L’appuntamento democratico era in agenda già da qualche tempo, convocato da Bersani  a Pesaro nel corso del comizio conclusivo della festa democratica nazionale. “A sostegno dell’Italia, delle nostre idee per l’Italia e della necessaria svolta politica”. Queste le motivazioni che nel settembre 2011 avevano spinto il segretario democratico a fissare la data per una nuova manifestazione di piazza. Quanto sia cambiato materialmente lo scenario politico in poco meno di due mesi è difficile a dirsi. Di certo  Bersani è salito sul palco conscio di una situazione sempre più complessa dal punto di vista politico, economico ed istituzionale.

La fotografia dall’alto di piazza San Giovanni racconta molto. Centinaia di bandiere sventolanti: la stragrande maggioranza del Pd ma anche dell’Italia dei valori e di altre formazioni del centro-sinistra (non mancavano i vessilli dei Moderati piemontesi e persino un reperto nostalgico risalente all’epoca dei Democratici di Sinistra). Le cronache sottolineano il successo di pubblico ma è impossibile non fare raffronti con i due milioni di sostenitori del Circo massimo dell’era veltroniana. Certamente altri tempi, però la differenza di pubblico è evidente. E non è solo una differenza numerica.

[ad]Forse, anche a causa del mancato corteo,  Bersani si è trovato di fronte un pubblico molto meno eterogeneo.  Una platea squisitamente di partito. Del partito. In piazza a Roma c’era il nutrito, appassionato e orgoglioso “zoccolo duro”: quello che tiene aperte le sezioni (il termine circoli sta lentamente cadendo in disuso), quello che trascorre le estati tra dibattiti e salsicce alle Feste dell’Unità, quello che all’ultimo congresso ha preso le redini del partito. Ovviamente in piazza erano rappresentate, con delegazioni più o meno nutrite, tutte le “anime” del Pd. Ma di certo, nella fotografia generale, mancava una parte di  quello che potremmo chiamare “l’elettorato potenziale”.  Quello che però alle urne decide tra un’elezione vinta ed una persa.

Bersani ha interpretato alla perfezione le aspettative della platea: ha chiesto le dimissioni di Berlusconi (e questa non è una novità), ha rivendicato il ruolo e la coerenza del primo partito di opposizione e ha annunciato la disponibilità per un governo di “responsabilità nazionale”, come il presidente Napolitano sembra auspicare sempre meno velatamente. QE questa è una parte di quel che è accaduto sul palco: la costruzione di un’immagine di solidità e uniformità di vedute in grado di risollevare le sorti del Paese. Bersani sembra dare per scontata la ricetta per trovare una soluzione definitiva per uscire dalla crisi. I dirigenti del Pd, dietro al palco, si affannano a minimizzare e delegittimare le istanze divergenti, provenienti da più fronti, con un’unica grande attenzione: non entrare troppo nel merito delle questioni per non apparire divisi.

È evidente che il trauma dei governi Prodi sia ancora fresco e che nessuno abbia ancora trovato una formula comunicativa per dare valore al dibattito delle idee senza far apparire il Pd ed il centro-sinistra spaccati in mille posizioni. Ma è al tempo stesso evidente che questa immagine di unione di intenti sarà ben presto messa alla prova dalla pragmatica politica. A quel <<provocatore>> di Renzi, agli autori del manifesto (in materia economica) del T-party  e alle altre voci critiche interne, quando il tavolo delle trattative si dovrà necessariamente allargare, si aggiungeranno ben presto i Di Pietro, i Vendola e, perché no, anche Casini e il reietto Rutelli. Quel giorno – probabilmente sempre più vicino – non è detto che i democratici si potranno concedere il lusso di liquidare la discussione senza affrontare pubblicamente il merito delle questioni.

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