Partito Laburista, Jeremy Corbyn: l’ex outsider che sposta l’asse a sinistra

Pubblicato il 2 Settembre 2015 alle 09:46 Autore: Antonio Folchetti
jeremy corbyn durante una pubblica manifestazione

Qualcuno, molto audacemente, lo ha definito “lo Tsipras inglese”. Forse il paragone è un po’ azzardato, ma quel che è certo è che da qualche settimana la sinistra europea ha un nuovo portabandiera nel quale identificarsi. Si tratta di Jeremy Corbyn, deputato alla Camera dei Comuni da oltre trent’anni nel collegio londinese di Islington North, ma soprattutto uno dei quattro candidati leader del Labour Party, al momento il più accreditato per la vittoria finale.

L’elezione del segretario del Partito Laburista inglese è un processo in itinere, che quasi nulla ha a che vedere con le primarie italiane, alle quali è talvolta erroneamente accostato. Non solo, infatti, l’elettore ha quasi un mese di tempo per poter palesare la sua preferenza (si può infatti votare dal 14 agosto al 10 settembre per posta oppure online) ma non tutti i voti hanno lo stesso valore. C’è infatti un meccanismo di ponderazione, in base al quale il corpo elettorale è suddiviso in tre categorie – in ordine di importanza: parlamentari, iscritti al partito, iscritti ad organizzazioni collaterali – ognuna delle quali detiene un peso differente. Pertanto, il voto di un deputato (anche europeo) varrà di più rispetto a quello di un semplice iscritto, che a sua volta conterà in misura maggiore rispetto al voto di un simpatizzante.

labour party

Un sistema piuttosto singolare, tra l’altro frutto di una recente riforma promossa da Ed Miliband lo scorso anno, riforma che ha sottratto una notevole forza elettorale al sindacato, il cui sostegno si rivelava di fatto imprescindibile per poterla spuntare. D’altronde, il Labour rappresenta un caso paradigmatico di partito nato dalle costole del sindacato (le celeberrimi Trade Unions) con il quale detiene tuttora un rapporto quasi inscindibile, seppur segnato da qualche incidente di percorso.

Classe operaia riferimento elettorale di Jeremy Corbyn

Proprio la classe operaia, che rimane ancora lo zoccolo duro dell’elettorato labour, sembra aver individuato in Corbyn il nuovo punto di riferimento per ricostruire un partito uscito con le ossa rotte dalle scorse elezioni, che hanno visto la riconferma del premier conservatore David Cameron e un 30% al di sotto di tutte le aspettative per il candidato laburista Ed Miliband, che subito dopo la batosta ha rassegnato le sue dimissioni. E a contendersi la successione di Miliband con Corbyn sono altri tre: Andy Burnham (candidato dell’establishment, già ministro della salute del governo Brown), Liz Kendall (blairiana, la più “a destra” fra i candidati, contraria alle nazionalizzazioni e a un eccessivo welfare state), Yvette Cooper (moglie dell’ex ministro Ed Balls, anche lei su posizioni moderate).

gettyimages-480265952

I quattro candidati alla segreteria Labour. Da sinistra, Liz Kendall, Andy Burnham, Yvette Cooper, Jeremy Corbyn

Tutti e tre si trovano oggi a rincorrere Jeremy Corbyn, il rappresentante dell’ala sinistra del partito, socialista, statalista, repubblicano, pacifista e tanto altro ancora. Eppure l’avventura di Corbyn non era iniziata nel migliore dei modi. All’ultimo minuto e con grande fatica riuscì a raccogliere le firme necessarie per presentare una candidatura di cui lui stesso non era affatto convinto. Considerato sin da subito un outsider, un candidato “disturbatore”, nel corso di qualche settimana è riuscito a scalare la vetta, incrementando gradualmente consensi anche oltre quello che un tempo era definito “proletariato urbano”, abituale bacino di riferimento dei candidati più radicali. In base a quanto emerge dai sondaggi, Corbyn stacca di gran lunga il suo principale avversario Andy Burnham, il quale può solo sperare nel secondo turno, in cui probabilmente potrebbe beneficiare dei voti delle due candidate donne, ferme su percentuali poco al di sopra delle due cifre.

il leader laburista con giacca chiara e cappello scuro

L’impegno anti-Corbyn di Tony Blair

La possibilità di una vittoria del “pericoloso” Corbyn ha messo in allarme la classe dirigente labour, che sta cercando in ogni modo di correre ai ripari per frenare la corsa di una personalità considerata troppo estremista per guidare un partito tradizionalmente moderato, contraddistinto da ampio pluralismo e poco ideologizzato. A intervenire pubblicamente è stato Tony Blair, che sulle colonne del Guardian ha espresso tutta la sua preoccupazione per un’eventuale affermazione di Corbyn. Quello del primo ministro – che parla addirittura di “pericolo mortale” – è un appello disperato, in cui invita a votare chiunque ma non Corbyn, rivolgendosi a tutto l’elettorato laburista, anche a coloro – non pochi – che certo non stravedono per lui. “Non importa se siete di sinistra, a destra o al centro del partito, se mi avete sostenuto o se mi odiate. Ma vi prego di capire il pericolo in cui ci troviamo”, ha affermato Blair, forse un po’ troppo incautamente rispetto all’effetto boomerang che le sue parole potrebbero provocare.

L’interessato, però, non sembra aver dato un peso rilevante alle parole di Blair. Per nulla intimorito, Corbyn prosegue per la sua strada. Tra i suoi obiettivi, il potenziamento dello stato sociale, il taglio delle rette universitarie, un incremento della tassazione per banche e redditi alti, mentre in politica estera auspica un riposizionamento sostanziale del Regno Unito sullo scacchiere internazionale, con l’uscita dalla Nato e un avvicinamento alla Russia. Hanno suscitato polemiche alcuni suoi interventi, come la proposta di riservare alcune carrozze dei treni alle sole donne, al fine di garantire loro maggiore sicurezza in seguito all’aumento di reati e violenze sessuali, o come l’accusa di antisemitismo dovuta al fatto di aver preso parte ad alcuni convegni di Paul Eisen, un discusso storico negazionista. Corbyn, però, ha prontamente risposto. Gli incontri, infatti, risalgono a 15 anni fa (quando Eisen non era ancora negazionista) e si riferivano alla questione palestinese, sulla quale Corbyn ha sempre avuto comunque posizioni piuttosto rigide verso Israele.

Nonostante gli attacchi dall’interno, la base laburista appare sempre più convinta del progetto corbyniano, smentendo così le previsioni che affermavano una leadership più spostata al centro, dopo il fallimento di Miliband, esponente della sinistra del partito, anche se rispetto a Corbyn appare quasi un conservatore. Corbyn, a dire il vero, non possiede grandi doti carismatiche, né appare come un comunicatore particolarmente abile – comunque non in misura maggiore rispetto agli avversari. La forza di questo personaggio del tutto singolare sembra consistere proprio nella semplicità del suo messaggio politico, nei codici culturali di cui fa uso, forse anche nelle camicie che acquista nei mercatini, rivendicandolo con orgoglio.

Elezioni nel 2020

A questo punto, il problema non è tanto la selezione interna, che probabilmente riuscirà a superare (forse anche al primo turno, secondo alcune rilevazioni). Il vero nodo è la “presentabilità” di un candidato così estremista alle prossime elezioni generali, che si terranno nel 2020. In Gran Bretagna è infatti consuetudine che a concorrere per la carica di premier siano i segretari dei vari partiti. Per questo, nei cinque anni che ci separano dal rinnovo della House of Commons, non si escludono possibili scissioni in caso di vittoria di Corbyn, soprattutto se risicata. Incombe il precedente del Partito Socialdemocratico, nato proprio da una scissione interna del 1981, a causa di una leadership – quella di Michael Foot – giudicata troppo a sinistra. I socialdemocratici si unirono più tardi al Partito Liberale, dando vita all’attuale Partito Liberaldemocratico, già partner di governo di Cameron, ma anch’esso uscito notevolmente ridimensionato dalle urne lo scorso maggio.

Jeremy Corbyn vince la sfida social

In tutti i casi, almeno una sfida Corbyn l’ha già vinta: quella delle piattaforme digitali. Se diamo un’occhiata ai profili social dei quattro candidati, è evidente la sproporzione a suo vantaggio. Su facebook, viaggia spedito verso quota 100mila fan, quasi quintuplicando i seguaci della Cooper (20mila) e di Burnham (19mila), mentre la Kendall è ancora più indietro, con poco più di 7mila fan. Più bilanciato il rapporto su twitter, dove Corbyn rimane comunque in testa, forte di 125mila follower, sempre davanti a Cooper e Burnham, che ne totalizzano rispettivamente a 88mila e 75mila. Anche qui in ultima posizione Liz Kendall, seguita da meno di 16mila utenti, il che dimostra una debolezza intrinseca della candidata blairiana.

Per conoscere i risultati di un’elezione che potrebbe segnare la storia dell’ormai secolare Partito Laburista inglese, bisognerà pazientare ancora qualche giorno. Per il 12 settembre è prevista, infatti, l’ufficializzazione degli esiti. E chissà se quel famoso spettro che si aggira per l’Europa non possa materializzarsi di nuovo in quel di Londra, proprio lì dove qualcuno – tempo fa – lo aveva evocato per la prima volta…

L'autore: Antonio Folchetti

Classe ’92, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Roma Tre, sto proseguendo gli studi magistrali presso l'Università di Urbino. Mi interesso prevalentemente di policy making, competizione intrapartitica, sistemi elettorali e comportamento elettorale, anche locale. Collaboro con Termometro Politico dall’aprile 2014. Seguimi anche su twitter: @AntFolchetti
Tutti gli articoli di Antonio Folchetti →