Doomsday Clock, l’Orologio dell’Apocalisse: quanto tempo ci separa dalla catastrofe?

Pubblicato il 28 Gennaio 2016 alle 11:38 Autore: Irene Masala
doomsday clock orologio apocalisse guerra mondiale

Orologio Apocalisse: il Doomsday Clock resta alle 23:57

Tre minuti alla mezzanotte dell’umanità. Secondo il simbolico conto alla rovescia tenuto dal Doomsday Clock, l’Orologio dell’Apocalisse, questo è il tempo che separa il genere umano dall’autodistruzione. L’orologio rappresenta simbolicamente un termometro che misura il livello di rischio globale per la sopravvivenza del genere umano e la mezzanotte sancisce il punto di non ritorno.

Il calcolo del rischio potenziale è strettamente collegato ai cambiamenti climatici, all’evoluzione tecnologica e alla proliferazione di armamenti nucleari. Le lancette sono ferme dall’anno scorso, nonostante l’aggiornamento del 26 gennaio. “Le tensioni tra gli Stati Uniti e la Russia, che ricordano i tempi della Guerra Fredda, i danni causati dai cambiamenti climatici e la continua proliferazione nucleare, compreso il recente test della Corea del Nord sono stati i principali fattori che hanno condotto alla decisione di non spostare le lancette del Doomsday Clock”, questo quanto si legge nel comunicato stampa rilasciato dal Bulletin of the Atomic Scientists (Bas).

Orologio Apocalisse: perché siamo vicini alla mezzanotte?

“La nostra decisione non è una buona notizia, ma un’espressione di sgomento nei confronti dei leader mondiali che continuano a non focalizzare i loro sforzi e l’attenzione mondiale nel cercare di ridurre i pericoli estremi rappresentati dalle armi nucleari e dal cambiamento climatico. Quando chiamiamo questi pericoli esistenziali questo è ciò che esattamente vogliamo dire: sono pericoli che minacciano l’esistenza della civiltà e perciò dovrebbero essere in cima alle discussioni dei leader che abbiano a cuore i loro elettori e i propri paesi”, concludono gli scienziati del Bas, lanciando un monito ai leader mondiali.

I rischi principali che gravano sull’esistenza dell’umanità sono collegati principalmente all’instabilità del Medio Oriente, nonostante il recente accordo sul nucleare iraniano, da cui dipende l’incrinarsi dei rapporti tra Russia e Turchia e la continua tensione tra Russia e Usa. Il vero colpo di grazia arriva però dal riscaldamento globale, dall’inconsistenza dell’accordo sul clima raggiunto a Parigi e dalla consapevolezza che quello appena trascorso sia stato l’anno più caldo registrato dal 1850.

Il Doomsday Clock nella storia

Creato nel 1947 dagli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists dell’Università di Chicago, il suo scopo primario era quello di rappresentare i pericoli causati dalle decisioni politico militari assunte dalle due superpotenze mondiali. Nell’anno del suo esordio l’orologio segnava le 23:53. Un notevole peggioramento si è registrato nel 1953, anno in cui sia gli Stati Uniti che l’allora Unione Sovietica testano la bomba all’idrogeno: le lancette segnavano le 23:58. Bollettino più ottimista intorno ai primi anni ’70, quando si è passati dai 10 minuti alla mezzanotte del 1969 ai 12 del 1972, poi giù a picco negli anni ’80 per risalire a meno 17 minuti nel 1991, data che segna la fine ufficiale della Guerra Fredda.

La trovata degli scienziati del Bas, benché molto efficace dal punto di vista comunicativo, non è però servita ad effettuare una concreta pressione sull’agenda della politica internazionale e i nostri leader sono sempre più sordi al tic tac delle lancette. Come Cenerentola, speriamo che questa mezzanotte non scocchi mai.

L'autore: Irene Masala

Specializzata in Editoria e giornalismo e appassionata di geopolitica e Medio Oriente. Negli ultimi anni ho viaggiato tra Libano, Turchia, Israele/Palestina, India e Messico grazie a diversi progetti che mi hanno permesso di conoscere da vicino le realtà socioculturali di questi Paesi così diversi tra loro. Al momento frequento il master della Business school del Sole24Ore in Giornalismo economico e politico e collaboro come editor e traduttrice per diverse testate.
    Tutti gli articoli di Irene Masala →