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pubblicato: martedì, 11 settembre, 2018

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Libia: è di nuovo crisi? Il quadro generale e le mosse dell’Italia

Libia

Libia: è di nuovo crisi? Il quadro generale e le mosse dell’Italia

La Libia non è mai sparita dai radar mediatici. Ora, però, il conflitto tra ribelli e governo, tra ribelli e ribelli, è tornato in auge; conflitto nel quale chi ha la peggio è la popolazione civile. Negli Stati Uniti oggi si ricordano i fatti dell’11 settembre 2001 quasi storia antica per alcuni; più recente ma meno conosciuto dall’opinione pubblica è l’attentato dell’11 settembre 2012 all’avamposto diplomatico statunitense a Bengasi nel corso del quale persero la vita quattro americani fra cui l’ambasciatore J. Christopher Stevens.

Libia: il riacuirsi degli scontri

La situazione non è quella dell’11 settembre 2012. D’altra parte, è bastato un attacco per far risalire la tensione alle stelle, un attacco non da poco, a Tripoli, capitale della Libia e sede del governo, di accordo nazionale riconosciuto dall’Onu, di Fayez al-Sarraj.

L’Italia ha varato misure precauzionali, c’è stata infatti una evacuazione del personale diplomatico. L’ambasciata rimane aperta; in Libia ancora 6 diplomatici protetti dai carabinieri e dal servizio di sicurezza. Sembrano permanere dubbi sulla durata dell’equilibrio. A buttare acqua sul fuoco ci sta provando anche l’Italia; a Bengasi un incontro tra il generale Khalifa Haftar e il numero uno della Farnesina Enzo Moavero Milanesi. La volontà comune è quella di portare avanti una riconciliazione nazionale. L’Italia si dice pronta ad ospitare una “conferenza sulla Libia” a novembre.

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Libia: chi è la Settima Brigata e per chi combatte

“Un normale martedì sera a Bengasi” è questa la frase che uno dei militari pronuncia nel film 13 Hours: the secret soldiers of Benghazi mentre infuriano gli scontri dell’11 settembre 2012. Quel normale martedì sembra essere diventato ora in Libia la quotidianità. La Settima Brigata, questo il nome di uno dei tanti gruppi armati libici, ha attaccato Tripoli, assediata da ben due settimane.

Sono tutti ex fedelissimi di Gheddafi, alcuni formavano la 32esima brigata di Khamis, ultimo dei sette figli di Mu’Ammar, ora sembrano parteggiare per il generale Haftar. In questo momento Sarraj sembra non avere molti mezzi per contrattaccare, per questo motivo l’unica strada percorribile sembra essere quella della diplomazia onde evitare un nuovo 2011.

Libia: le altre bande che controllano il paese

Oltre all’instabilità politica si aggiunge la frammentazione delle bande che si spartiscono il territorio. L’assenza dello Stato è fulgida, meno vive ed illuminate sono molte zone della città. Bisogna metterci anche la carenza d’acqua, di contanti e di carburante, insomma terreno fertile per una nuova crisi.

Le brigate sono un male necessario? Sì, sembrano addirittura avere il benestare della comunità internazionale. Non è assurdo pensare che la protezione del governo riconosciuto da praticamente tutti passa inevitabilmente per le mani delle milizie.

Il tema dei gruppi armati tiene banco da sette anni, dal rovesciamento del regime. Dopo il 2011 i gruppi sono stati tenuti a bada grazie a ingenti finanziamenti, dopo il caos del 2014, in assenza di fondi, le bande si sono organizzate attraverso una serie di attività illegali come: racket, rapimenti e corruzione (tangenti). Ora tali milizie sono contese da SarrajHaftar.

Uno studioso dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza di nome Wolfram Lacher identifica nel paese e soprattutto nella capitale altre 3 brigate. Le altre tre sono: la Brigata Nawasi con a capo Abdoulraouf Kara, la Brigata Internazionale di Haitam Tajouri, e l’Unità di Abusalim. Lacher afferma anche che il beneplacito di gran parte degli attori internazionali, per garantire la continuità del governo, ha legittimato di fatto le milizie.

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