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pubblicato: giovedì, 21 novembre, 2013

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Talk (politica) show

Il talk show è il veicolo per mezzo del quale il popolo italiano ha seguito le vicende politiche in Italia. Non è così in Francia, in Inghilterra o in Germania, dove i palinsesti televisivi presentano un decimo dei programmi interessati all’approfondimento politico rispetto allo schedule italiano.

Come noto, però, il talk show non riesce ad approfondire niente. Nessuno si alza dalla poltrona, dopo aver visto Ballarò o Piazzapulita, con un grado di conoscenza in più. Qualcosa rimane, certo. Qualche tabella, l’ennesimo sondaggio (una noia mortale!), uno spunto, ma il di più, rappresentato dalla prossemica e le espressioni verbali dei politici-personaggi, sovrasta qualsiasi tipo di conoscenza.

Non servono, i talk, a far comprendere qualcosa, ma a radicalizzare lo scontro. Come in una partita di calcio, lo sport nazionale per antonomasia, nei salotti dei talk show gli sfidanti sono uno di fronte all’altro. Si ghignano a vicenda, si danno di sberleffo, intervengono contriti e puntuti, ammettono un errore per scagliare, in seguito, una sequela di improperi.

L’ammissione di qualcosa serve come trampolino di lancio per l’invettiva verso il presunto avversario politico. Che deve esserci, pena la morte del talk. Nessuna contrapposizione, nessun talk. Al netto di Grillo e della sua avversione per i talk show, il genere televisivo presenta in sé le stimmate di un Paese che non vuole abbandonare la propria tradizione dualistica, manichea, coppibartaliana,guelfoghibellesca.

La logica da stadio che imperversa in questo tipo di programmi è molto simile ad un scontro agonistico. Lo spettatore che fruisce di questo flusso d’immagini e parole è anche il popolo. Alla fine della trasmissione nessuno ha cambiato idea. Non è possibile. E non lo sarebbe neanche se a discorrere e a darsi di sciabola e fioretto fossero chiamati da un lato Gasparri e dall’altro Martin Luther King.

Sarebbe come pretendere che, dopo una partita del Sassuolo contro il Barcellona finita zero gol a sette, i tifosi del Sassuolo, coscienti della superiorità dei blaugrana, abbandonassero la loro fede calcistica per sposare quella del Barca. Il tifoso del Sassuolo rimarrà del Sassuolo, il tifoso/spettatore/individuo continuerà a parteggiare per Gasparri. Magari solo perché l’interlocutore di quest’ultimo gli è ideologicamente estraneo o antipatico.

Qualche tempo fa, Umberto Eco scrisse su L’Espresso un mirabile articolo in cui si impegnava a destrutturare il talk show per offrire una chiara spiegazione delle sue logiche e della sua sintassi.

Ora accade che in una pagina di parole crociate abbia trovato “vivacizzano i talk show”, e a prima vista pensavo che la definizione rimandasse alla presenza di personaggi celebri, o ai riferimenti all’attualità. Niente affatto, la soluzione era “scontri”. Il compilatore della definizione si era rifatto dunque all’opinione corrente per cui quello che rende interessante un talk show non è che sia condotto da un personaggio popolare come Vespa, che vi partecipino Vladimir Luxuria o un esorcista, che ci si occupi della pedofilia o di Ustica. Tutti questi elementi sono accessori certamente importanti, e noioso sarebbe un talk show condotto da un filologo bizantino, che esibisse come ospiti una monaca di clausura affetta da mutismo secondario o si occupasse del papiro di Artemidoro. Però ciò che lo spettatore realmente vuole è lo scontro”.

Pur essendo una seducente e (d)edotta riflessione, la parte debole del suo pensiero è rappresentato dal fatto che Eco dà per assodato che i talk show sono concepiti per il pubblico, per la sua voglia ardimentosa di avere uno scontro, la sete di sangue appagata dalla carneficina delle intelligenze. Non si tiene presente però che il pubblico è secondario, è solo una rondella dell’ingranaggio, così come il popolo italiano non è il destinatario delle campagne elettorali o delle promesse dei politici ma solo, appunto, mera porzione a comporre il “Tutto”. “Tutto” rappresentato, nel talk show, dall’Audience (cosa ben diversa dall’appagamento dello spettatore, sebbene questo ne sia elemento cogente), mentre, nella ricerca del consenso politico, dal Potere, così biologicamente bramato e perseguito.

Ecco che lo spettatore/popolo è solo un’arma per raggiungere l’Audience/Potere, mentre la televisione è il campo di battaglia che, a seconda dei tempi di convenienza politica, si camuffa (quasi sempre), si invera (raramente) o si appiattisce (come in questo momento di larghe intese).

Al di là delle lottizzazioni partitiche che costituiscono, anche loro, elementi cogenti dell’indirizzo contenutistico e formale delle trasmissioni, il talk show è un genere che fallirebbe l’obiettivo della conoscenza pur se fossimo nel migliore dei mondi possibile. Poiché il problema non è quanto siano schierati Floris, Fazio o Del Debbio, ma come le loro parole, le loro immagini siano incanalate da un mezzo come la televisione, in primis, e da un genere come il talk, in seconda battuta.

santoro

Senza indulgere in una semiosi del mezzo di comunicazione (da Pasolini in poi, esimi studiosi hanno detto già tutto), ciò che interessa è  di avere chiaro in testa ciò che è il talk show. Il vero specifico della politique politicienne, la pietra angolare dalla quale la politica si riflette e da cui viene orientata. Anche nelle scelte più importanti: da un semplice atto ispettivo alla Camera fino ad una cruciale decisione del Governo in ambito fiscale.

Per esempio: l’abolizione dell’IMU proposta da Silvio Berlusconi in campagna elettorale è stata chiaramente dettata dalla visione dei talk show; essendo, questa tassa, la più dibattuta e temuta dell’era Monti. Accanto agli infiniti dibattiti in poltrona, i servizi lacrimevoli a significare la durezza della tassa nei confronti dell’impoverito popolo italiano.

La seconda repubblica verrà per sempre segnata e studiata come l’era del talk politico. Un incessante rumore di parole, bla bla bla blobbistico e ipnotico, disposto e orientato dal talk e servito dal mezzo di comunicazione più famoso del Novecento: la televisione.

La televisione è stata di certo più efficace dei partiti ad imporre linee di pensiero, modi, stili della politica. Paradossalmente quando si sostiene che la televisione è controllata e pilotata dai partiti (quindi dalla politica), si dovrebbe aggiungere che, alla fine dei conti, sono sempre e comunque il mezzo e il genere a fare la differenza.

È Renzi che si trasforma in conduttore televisivo, non è il servizio pubblico a seguire il pensiero di Renzi; è un parlamentare penta stellato che si adegua a fare le interviste in serie del TG1, non è il TG1 ad impostare il proprio contenuto sul pensiero del medesimo parlamentare.

Berlusconi, forte di questa consapevolezza, ha fin dal 1994 abbandonato la superba convinzione di essere più forte del mezzo e del genere, presentandosi come entertainer. E rifiutando, per la maggior parte delle volte, come Grillo, il confronto in un talk show. Poiché nel talk avrebbe occupato una fetta del campo, in una logica calcistica. Mentre, chi vuole vincere attraverso lo schermo, ne deve essere protagonista assoluto, Amleto monologante; non di certo Amleto e Otello che si fronteggiano.

Il talk, per mezzo della televisione, si concentra sul particolare, sul bozzetto, sulla caratterizzazione. E così, a causa della natura intrinseca del talk, e della televisione, l’Italia rimane appesa a discorrere di temi marginali come la decadenza di Berlusconi, lo scontrino del grillino, le praline dell’ovvio (cit. Maurizio Crozza) di Renzi o l’ultima frase scomposta di Silvio Re supportata e sviscerata (quasi fosse un misterioso passo della Bibbia) da qualche suo cortigiano, sia di destra che di sinistra.

di Jeremy Bentham

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