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pubblicato: martedì, 26 agosto, 2014

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La frammentazione della Libia

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A pochi chilometri dalle coste italiane c’è un intero paese che sta cadendo a pezzi: è la Libia, teatro da settimane di scontri tra milizie che si contendono il controllo del territorio. A oggi, la Libia è spaccata in tre. Il Parlamento eletto col voto del 25 giugno scorso è ancora a Tobruk. Tripoli è stata conquistata dai miliziani filo-islamici di Misurata. A Bengasi c’è il Califfato di Ansar al-Sharia.

Nel paese ci sono due parlamenti e due primi ministri, frutto di una profonda instabilità politica: il primo è espressione del voto del 25 giugno e si riunisce a Tobruk; l’altro è stato proclamato nelle ultime ore dalle truppe islamiste che hanno preso il controllo della capitale Tripoli e hanno nominato un loro premier: il professore universitario Omar al Hassi, filo-islamista, subito disconosciuto dal parlamento di Tobruk, “l’unico organismo legittimo in Libia”, come ha commentato il primo ministro Abdullah al-Thinni.

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Photo by BRQ NetworkCC BY 2.0

Alcune tra le principali potenze mediorientali sembrano aver rotto gli indugi intervenendo pesantemente in una Libia che è sempre più terra di nessuno. Negli ultimi giorni, Egitto ed Emirati Arabi avrebbero condotto attacchi aerei contro le truppe islamiste nel tentativo (fallito) di impedire la conquista dell’aeroporto di Tri­poli.

Egitto ed Emirati Arabi, entrambi alleati degli Usa, avrebbero compiuto raid aerei in Libia senza consultarsi con Washington: una mossa che ha colto di sorpresa la Casa Bianca, ha commentato un alto funzionario statunitense alla BBC. I diretti interessati hanno smentito ma gli Usa restano convinti di ciò che dicono: “Gli Emirati hanno compiuto quei raid usando basi egiziane messe a disposizione dal Cairo” ha detto al New York Times un funzionario americano.

Le principali cancellerie occidentali hanno rivolto un appello alle forze che si combattono sul territorio libico: Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia e Italia hanno condannato gli scontri e chiesto che si proceda sul sentiero di una transizione democratica. Ma l’ambasciatore libico al Cairo, Faid Jibril, più che parole ha chiesto azioni concrete alla comunità internazionale: “La Libia non è in grado di proteggere le proprie istituzioni, i propri aeroporti e le risorse naturali, in particolare i giacimenti di petrolio”.

Il timore dell’Occidente è quello di ritrovarsi con uno stato fallito alle porte dell’Europa: una sorta di ‘Somalia’ sulle sponde del Mediterraneo, dove un’infinità di milizie pesantemente armate si combattono alimentando quella che di fatto è una guerra civile.

Immagine in evidenza: photo by BRQ NetworkCC BY 2.0


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