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pubblicato: giovedì, 21 dicembre, 2017

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Elezioni regionali Lazio, Rampelli: “Serve tavolo del centrodestra”

elezioni politiche

Elezioni regionali Lazio, Rampelli: “Serve tavolo del centrodestra”

In questa ultima settimana – a pochi giorni dallo scioglimento delle Camere che porterà alle nuove elezioni politiche di marzo – abbiamo assistito a un compattamento del centrodestra. E alla nascita della cosiddetta “quarta gamba” che, con al vertice Raffaele Fitto, correrà insieme a Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Sono molte le sfide a cui il centrodestra va incontro in questo 2018, dalle politiche alle regionali in Lazio e Lombardia; e proprio in vista di ciò abbiamo parlato, sia di passato che di futuro, con un importante rappresentate della terza gamba di questa coalizione, e cioè con Fabio Rampelli, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia e braccio destro di Giorgia Meloni.

La XVII Legislatura è in scadenza. Dove meglio vede il suo futuro politico, a livello locale o nazionale? In altre parole, se domani le chiedessero di scegliere tra fare il ministro o il governatore, cosa risponderebbe?

E’ una domanda complicata, innanzitutto perché qui di sicuro non c’è nulla. La legge elettorale ha un nesso di casualità particolarmente accentuato e quindi si possono pure vincere le elezioni in un collegio proporzionale e ritrovarsi fuori dal Parlamento. O vincere in uno uninominale e per un combinato disposto di fatalità non essere comunque eletti.

Da parte mia, quello che posso dire, è che non so nemmeno se farò di nuovo il parlamentare, ma la cosa comunque non mi preoccupa poiché ho una mia professione. Sono un architetto e adoro questa professione, che in questi ultimi anni ho quasi del tutto trascurato a fronte del mio impegno politico e parlamentare. Mettiamoci pure che ho una grande predisposizione al fatalismo e nella mia vita non ho mai programmato nulla. Mi basta cercare di essere onesto con me stesso e con le persone che mi stanno intorno e di rimanere coerente in questo mio tentativo di mantenere una dirittura morale, poi quel che sarà sarà.

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Per le prossime elezioni regionali nel Lazio il centrodestra è ancora alla ricerca di un candidato. Il nome di Maurizio Gasparri si sta facendo strada, ma Berlusconi invece sembra ricercare qualcuno attualmente fuori dalla politica. Nel frattempo Sergio Pirozzi va avanti e, secondo un recente sondaggio, senza di lui il centrodestra non ha grandi possibilità di vittoria. Lei cosa pensa? In una recente intervista a Il Foglio aveva detto “Meglio di Pirozzi chiunque”. Però FdI ha espresso un parere positivo e anche lei sembra aver cambiato idea…

Sembrerà strano ma io questa intervista non l’ho vista e se qualcuno l’ha trascritta così io sono pronto a smentire categoricamente questa affermazione. Non ho mai detto questo. Quello che posso aver detto, e che ribadisco, è che Pirozzi rischia di essere il peggior avversario di se stesso nonostante Fratelli d’Italia gli abbia fatto delle aperture, che conferma. Del resto è una persona che fino a quindici giorni fa faceva parte dell’assemblea nazionale di FdI, con cui abbiamo lavorato anche – e non solo –  per le questioni legate al terremoto, e che quindi stimiamo e apprezziamo.

Potrebbe essere un buon candidato, fermo restando che la coalizione di centrodestra è una priorità da salvaguardare perché se andiamo compatti probabilmente siamo nelle condizioni di battere Zingaretti e la sinistra nel Lazio. Al contrario, se ci sfaldiamo, favoriamo Zingaretti. Eventuali candidature plurime nel centrodestra servirebbero solo a fare un assist al Pd, e questo non è nei nostri auspici.

Se la candidatura di Pirozzi è ancora in pista il luogo idoneo per parlarne, e per trasformarla da una candidatura isolata a una candidatura condivisa da tutto il centrodestra, è proprio il tavolo del centrodestra. Mi auguro che Sergio possa fare tesoro di qualche scivolone che ha fatto nelle ultime settimane ed essere più sereno nel rapporto con gli altri movimenti del centrodestra. Questa carta secondo me è ancora in campo e potrebbe essere una buona carta da giocare. Bisogna ancora discutere con Forza Italia, che al momento è il partito che ha manifestato più riserve su Pirozzi e magari anche con noi di FdI, al fine di strutturare questa candidatura in modo tale che sia adeguatamente condivisa da tutti.

Parliamo invece delle scorse elezioni romane per il X Municipio. Campagna elettorale infiammata, con il M5s che ha denunciato le affermazioni sue e di Monica Picca circa questa vittoria del M5s “sporcata dai clan”. Che presidente pensa che sarà, a questo punto, Giuliana Di Pillo? Come crede che si interfaccerà con una realtà come quella di CasaPound?

Io penso che i 5stelle si siano piccati della mia affermazione impropriamente, perché io non ho detto che loro sono stati aiutati dai clan, o che abbiano fatto un accordo con questi ultimi. Non mi sarei permesso e, oltretutto, non lo credo. Quello che ho detto è che sono stati favoriti dalla situazione assurda che si è creata tra il primo e il secondo turno di quelle elezioni, e questo è un dato di fatto. Sono stati aiutati dalla sovraesposizione del clan Spada, dal famoso episodio della testata al giornalista Rai e da tutto quello che ne è derivato. Improvvisamente nel X Municipio non si è più parlato dei disservizi causati dalla giunta Raggi nell’anno e otto mesi intercorsi dalla sua vittoria, ma si è parlato di mafia, delle famiglie Spada, Fasciani ecc e di tutti i problemi a ciò connessi.

Problemi che restano importanti, ma che sono ultronei alle vicende del municipio. Non si stava chiedendo ai cittadini di votare il capo della Dia, ma il presidente del municipio, che si deve occupare di cose come marciapiedi, illuminazione pubblica, viabilità, segnaletica, asili nido e tutto ciò che può riguardare i problemi reali di un municipio. Il contrasto ai poteri criminali è, invece, una competenza esclusiva dello Stato. E’ perciò oggettivo che il M5s, che al primo turno ha preso solo il 30%, poi abbia ribaltato il risultato al secondo turno facendo il pieno dei voti della sinistra; riuscendo a prevalere nonostante abbia perso 17 punti rispetto a due anni fa.

E secondo lei quei voti sono stati persi perché non ha convinto la candidata o perché si è scontato l’effetto Raggi?

No, li hanno persi perché gli italiani non sono stupidi e cominciano a capire che sono delle persone totalmente incapaci, impreparate, prive di cultura politica e delle istituzioni. Non sanno da che parte cominciare. Quindi gli italiani, in una prima fase, li hanno votati per “dare uno schiaffo” alla cattiva politica dei decenni scorsi, mentre adesso cominciano a rendersi conto che queste persone non hanno nemmeno una formazione culturale idonea a prendere delle decisioni; su molte materie sono talmente “figli di nessuno” che, anche al loro interno, convivono risposte diametralmente opposte rispetto alle criticità di cui dovrebbero occuparsi.

Quindi, una volta vinte le elezioni, su queste stesse criticità, chi prevale all’interno del M5s? Sull’immigrazione ad esempio, prevale al loro interno chi la vuole agevolare o contrastare? E sulla legittima difesa? Prevale una cultura più sinistrorsa della tolleranza e del perdono, o una più legalitaria e rigorosa? Sulle droghe prevale la legalizzazione o il contrasto? E via discorrendo così, sulla maggioranza dei temi. Questo perché loro non sono figli di un percorso, di una storia, ma sono semplicemente una sorta di incidente di percorso dovuto alla mala gestione da parte delle istituzioni e dei partiti tradizionali. Per quanto riguarda invece CasaPound io ho fatto una considerazione che può non piacere al circuito mediatico ma che difficilmente può essere contestata.

Durante il primo turno tutti i media parlavano bene di CasaPound, mettendo in mostra la raccolta dei generi alimentari per i bisognosi, le attività di radicamento  sociale e di volontariato, perché erano utili a togliere voti al centrodestra. Quindi dovevano mettere in campo un’immagine che li rendesse presentabili e competitivi con il centrodestra. Se ciò non si fosse verificato il centrodestra avrebbe battuto al primo turno la candidata del M5s. Esattamente lo stesso giorno in cui avevamo vinto le elezioni in Sicilia.

E anche al secondo turno non ci sarebbe stata partita. Hanno quindi pompato CasaPound contro il centrodestra e poi, al secondo turno, improvvisamente eravamo noi che dovevamo prendere le distanze da CasaPound, anche se loro avevano un loro candidato, distinto e distante da noi. Tra l’altro, hanno detto che avanzeranno una loro candidatura alla presidenza della Regione Lazio, che saranno presenti con proprie liste a livello nazionale alle politiche, quindi sono, a tutti gli effetti, dei nostri competitori.

Elezioni politiche: nasce ‘Noi con l’Italia’

Spostiamoci sul piano nazionale. Il centrodestra si sta pian piano compattando. Martedì scorso è nata la famosa “quarta gamba” della coalizione, “Noi con l’Italia” con Raffaele Fitto alla guida. Qual è la sua valutazione su questa neonata formazione politica? Risponde davvero all’esigenza, evidenziata da Berlusconi, di inserire una parte moderata in una coalizione in cui corrono anche partiti più “estremisti” come la Lega?

Onestamente non è un partito che, da cittadino, voterei. Ma ciò non toglie che si tratta di una formazione di centrodestra, ideata da persone che hanno una cultura e dei valori di centrodestra. Questa è la cosa più importante per la coalizione, in vista delle prossime elezioni politiche. Sarà fondamentale, d’altronde, avere la maggioranza per governare e realizzare obiettivi comuni. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda invece, voglio anzitutto sottolineare che trovo impropria la definizione di partiti “estremisti”, che invece tanto piace al circolo mediatico. Io non credo ci siano estremismi, soprattutto non nei temi. Casomai quello che si può aggiustare, in questo senso, sono i toni.

Ipotizziamo una vittoria del centrodestra e che sarà Silvio Berlusconi, una volta ottenuto l’ok della Corte europea, a fare il premier, di nuovo. Riuscirà questa volta, insieme alla maggioranza di cui FdI farà parte, a realizzare quella famosa “rivoluzione liberale” che ha sempre promesso?

Intanto faccio i miei migliori auguri a Berlusconi affinché possa avere una risposta positiva della Corte europea, e che gli venga data la possibilità di rimettersi in campo svolgendo attivamente dei ruoli. Dopo di che credo che in Italia non ci sia bisogno soltanto di una rivoluzione liberale, ma di tante rivoluzioni. Forse la parola “liberale” che era azzeccata nel ’94, adesso non è più altrettanto efficace.

Di solito il termine liberale, soprattutto in economia, si riferisce a un certo tipo di competizione che al momento qui è congelata e se vengono applicate le ricette del libero mercato, delle privatizzazioni, c’è il rischio di svendere tutti i gioielli di famiglia. Questo perché appunto oggi l’Italia non è competitiva, le nostre imprese perdono il confronto con le multinazionali straniere e quindi non è possibile, in questa fase, procedere per dogmi. Bisogna essere prudenti e far combaciare l’economia di mercato con le esigenze sociali e nazionali. Così come andrebbe fatta una rivoluzione identitaria.

L’Italia sta smarrendo la propria identità e lo vediamo nel rapporto, troppo dimesso, intercorso con l’Europa in questi ultimi cinque anni. Noi siamo degli europeisti convinti, ma non siamo affatto convinti che questa sia l’Europa a cui aspiravano i padri fondatori. Ci vorrebbe quindi anche una rivoluzione culturale per rimettere al centro della società il buonsenso e farla finita di rincorrere le astrazioni che ci sono state propinate dall’intellighenzia rossa e che hanno creato delle degenerazioni assolute.

Io non capisco, ad esempio, come si è fatto a giudicare “fascista” l’attenzione alle politiche per la famiglia o la natalità. Trovo normale incoraggiare la gente a non andare fuori dai confini nazionali, a farsi una famiglia qui, a investire sui figli. E’ faticoso ma meraviglioso, è il futuro, altrimenti la nostra civiltà rischia di appassire. Non possiamo crescere o basare il nostro welfare, come hanno detto in molti, sulle ondate migratorie, perché questo significa anche sfruttamento. Non parlassero di solidarietà, perché in questo modo di solidale c’è ben poco.

Questi ultimi sono i temi più cari a Fratelli d’Italia. Pensa che saranno condivisi dagli altri partiti che compongono ora l’alleanza di centrodestra?

Assolutamente sì, non ci siamo mai trovati in disaccordo su questo. Questi sono temi e problemi comuni, quindi non sarà certo difficile trovare una sintesi e metterli dentro al nostro programma elettorale.

Ipotizziamo ora invece lo scenario che molti giornalisti, e non solo, vedono profilarsi ultimamente: un’alleanza tra Berlusconi e Renzi e un secondo premierato di Paolo Gentiloni. In una situazione del genere che farebbe FdI?

Intanto non capisco come possa essere prevista una situazione del genere. Tutto potrà succedere alle prossime elezioni, ma non che vinca il Pd. L’ipotesi Gentiloni quindi esiste solo in quanto “ponte” per andare di nuovo al voto. Non può fare il premier uno che perde le elezioni, questa opzione non l’ha presa in considerazione nemmeno Berlusconi, quindi è campata per aria. Il Pd arriverà probabilmente terzo, ma anche se arrivasse secondo la sostanza rimarrebbe la stessa. Non potrebbe esprimere il capo del governo.

Potrebbe restare Gentiloni solo se, non esistendo in Parlamento una maggioranza omogenea per far nascere un governo – mi auguro – di centrodestra, sarà necessaria una figura che accompagni a nuove elezioni. La democrazia prevede che decidano i cittadini, Gentiloni quindi può fare il premier – per usare una battuta – giusto come liquidatore del Pd e come traghettatore verso delle elezioni immediate.

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