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pubblicato: mercoledì, 26 dicembre, 2012

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E se la “salita” di Monti fosse un toccasana per la politica italiana?

mario monti

Niente pausa natalizia, per la politica italiana. A causa della fine prematura della legislatura, partiti e movimenti che si candideranno alle elezioni politiche di fine febbraio scaldano i motori di quella che si preannuncia una campagna elettorale diversa da quelle che – per poco meno di venti anni – hanno visto contrapporsi due schieramenti principali ed alcuni sparring partners.

[ad]Quest’anno, a contendere la vittoria alla favorita coalizione formata da Pd, Sel e Psi, ci saranno un centrodestra berlusconiano, di cui non è ancora chiara la composizione (se avrà o meno l’appoggio della Lega, ma diversi elementi fanno propendere per una risposta affermativa) ma di cui è ormai chiaro il refrain, ribadito da Berlusconi una dozzina di volte nell’ultima dozzina di giorni; il MoVimento 5 Stelle, che da alcune settimane pare in declino, ma che per molto tempo è stata la seconda forza politica del Paese; il Movimento arancione di Ingroia, De Magistris (Di Pietro, Ferrero, ecc. ecc.), che si candida al ruolo di “quarto polo”, ma che appare destinato probabilmente ad un risultato elettorale scadente, però capace in teoria di erodere il consenso nei confronti di Vendola; il centro montiano, che di giorno in giorno si arricchisce di fuoriusciti da Pd e Pdl (Ichino, Frattini, Pisanu fra i più noti), che si reggerà su due “pilastri”: la struttura organizzativa dei partiti centristi e del movimento montezemoliano, la credibilità politica dell’Agenda Monti, agenda cui i centristi hanno delegato l’elaborazione del programma di Governo. A questi si aggiunge Fermare il Declino, anch’essa a rischio di esprimere una mera testimonianza.

mario monti

Nei mesi scorsi, la coalizione di centrosinistra era riuscita ad imporre la propria sfida al vertice (le primarie) in un ruolo superiore alle attese: complici sondaggi elettorali favorevoli, ai protagonisti Bersani, Renzi e Vendola si richiedevano posizioni proprie di tutto l’arco politico-ideologico, su di loro si riversavano le speranze di elettori di tutti gli schieramenti. Il centrosinistra ha avuto modo di imporre la propria agenda nel dibattito della politica italiana fino al punto di creare le condizioni per le quali anche gli altri competitor avessero un ruolo stabilito: al centro un ruolo ancillare, garantito da un ruolo di rilievo per il premier Mario Monti, ai movimenti si lasciava tutto l’ampio bacino dell’antipolitica, pure eroso dal meccanismo stesso delle primarie.

La ridiscesa in campo di Berlusconi ha ricambiato tutto – o forse ha solo accelerato riequilibri che erano nell’aria. Risalendo nei sondaggi e provocando la “salita in politica” di Mario Monti. Tornando in campo, Berlusconi ha ridotto il potenziale del Movimento 5 stelle, non tanto andando a pescare nel bacino elettorale di Beppe Grillo, quanto “risvegliando” suoi elettori delusi dall’appoggio alla rigorosità montiana; la decisione di Monti di candidarsi a Premier per una coalizione di moderati ancorati ai temi ed alle soluzioni della sua Agenda, ha invece determinato – come si diceva all’inizio – il realizzarsi di un gioco a tre tra gli ex alleati della “strana maggioranza”, per la prima volta dal ’94.

In quell’occasione la coalizione centrista fu spazzata via, realizzando per la prima volta il bipolarismo nella politica italiana, con conseguente “semplificazione” della dialettica politica in berlusconiani ed antiberlusconiani. In questa occasione, invece, il polo centristacome argomenta Patané – da un lato costringe il centrosinistra a confrontarsi sui temi (non più dettati dai contendenti delle Primarie, ma dall’avversario Monti), dall’altro spinge Berlusconi all’angolo del populismo, a contendere a Grillo il voto dei delusi di varia natura. Questo nuovo scenario – se avesse successo nelle urne – potrebbe mutare nuovamente gli equilibri della politica italiana, favorendo anche una futura riforma elettorale meno premiale – o del tutto agnostica – nei confronti del bipolarismo. E potrebbe essere un toccasana anche per la politica italiana, perché contribuirebbe ad evitare uno scenario elettorale di tipo greco, dove forze “europeiste” un tempo dominanti (Pasok e Nea Demokratia) sono oggi ridotte a difendere il fortino della maggioranza relativa.

In questo senso, potrebbe anche portare dei vantaggi allo stesso Pd, da tempo scettico sull’opportunità dell’impegno in prima persona di Mario Monti: rafforzato dalla sua Agenda, il centro potrebbe acquisire una certa robustezza ed essere utile nella futura legislatura, quando il suo apporto – sondaggi alla mano – sarà determinante per il centrosinistra stesso.


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Decimo48
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CHIUSA LA LEGISLATURA POPOLO CHIAMATO AL VOTO Il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto che fissa le elezioni politiche il 24 e 25 febbraio 2013. “Stiamo passando un guado molto faticoso - ha detto Giorgio Napolitano - per portare l'Italia fuori dal pantano di un soffocante indebitamento pubblico, per giungere a porre lo sviluppo del Paese su fondamenta solide e, in tutti i sensi, più equilibrate, per guadagnare in dinamismo e coesione. Quel che attende gli Italiani, è un'opera di lunga lena. E quello dei prossimi cinque anni è un tempo congruo per intraprendere cambiamenti e riforme di cui ha bisogno innegabile il nostro Paese per posizionarsi con successo nell'Europa e nel mondo di domani. La recessione si prolunga e pesa. Le tendenze all'ulteriore aumento della disoccupazione ci allarmano. Categorica è dunque la necessità di cogliere tutti gli spiragli compatibili col riequilibrio finanziario per rilanciare crescita ed occupazione". "Il governo la sua parte l'ha fatta - ha detto Mario Monti - mettendo a posto la finanza pubblica, promuovendo le riforme del lavoro e delle pensioni, ma ora tocca alle parti sociali. Si dia voce ai cittadini e si consenta il formarsi di governi in grado di governare e non necessariamente composti da un numero elevatissimo di forze, poi inconciliabili tra loro nell'azione di governo. È giunto il momento di affrontare il tassello fondamentale della produttività del lavoro, abbattendo quello "spread" tra le imprese italiane e i loro concorrenti europei". “Il governo – ha detto Jacopo Morelli, presidente dei Giovani industriali – ha riconosciuto che gli Italiani hanno dato una grande prova di responsabilità, accettando misure drastiche e impopolari. Se questo è vero, c'è anche un dovere morale di ridare subito fiducia al Paese, abbassando in maniera sostanziale, la pressione fiscale su chi lavora e sulle imprese che investono”. Per Morelli occorre “creare nuove occasioni di lavoro e dare ossigeno alle aziende, per esprimere ogni potenziale al meglio”. “La creazione di occupazione è una sfida per tutti i Paesi – ha detto Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia – e tocca al settore privato creare lavoro economicamente e socialmente sensibile, mentre ai governi tocca fornire le condizioni macroeconomiche stabili, un clima favorevole per gli investimenti, un solido quadro legislativo e una regolamentazione bilanciata del mercato del lavoro”. La politica dovrebbe essere capace di dare risposte ai bisogni economici dei lavoratori e delle loro famiglie, di garantire la legalità e i diritti civili, cioè deve essere vero motore di riforme istituzionali equilibrate e condivise. La politica sarà considerata giusta se realizza il compimento del bene comune, cioè se crea prosperità materiale quale presupposto per “un’esistenza buona” del cittadino. C'è l'esigenza, in questo momento di recessione, di uno Stato che riconosca e sostenga le famiglie e le imprese secondo il principio della sussidiarietà, agevolando lo sviluppo di energie singole e di organizzazioni sociali per creare una comunità civile che si conserva nel tempo e non degeneri per “le patologie politiche” presenti nella comunità. I valori fondamentali della società (la persona umana, la famiglia, la sussidiarietà, la solidarietà) passano in secondo luogo nel sistema Stato - mercato che impone le proprie concezioni individualistiche nell’attuale mondo globalizzato, dove le regole del mercato non tengono conto della dignità della persona umana. Nel mondo del lavoro, anche nei settori in forte sviluppo, conta la competizione e la produttività, cioè l’orientamento culturale è favorevole sempre di più all’individualismo e al “privatismo”, a scapito di coloro che hanno soltanto le proprie braccia per provvedere a se stessi e alle proprie famiglie. Lo Stato è il primo responsabile di tutta la politica del lavoro, cioè è il datore di lavoro indiretto che deve provvedere all’emanazione delle leggi che disciplinano il settore lavorativo. Le attività delle società produttive, direttamente responsabili perché determinano i contratti e i rapporti di lavoro, esigono una politica che garantisca il rispetto degli inalienabili diritti delle persone. La giustizia nei rapporti lavoratore - datore di lavoro non solo si attua con una equa remunerazione, ma anche e soprattutto con una legislazione che aiuti le imprese a garantire posti di lavoro per il sostentamento delle famiglie. La difesa degli interessi esistenziali dei lavoratori in tutti i settori produttivi è resa possibile soltanto da uno Stato che dispone di istituzioni che considerano la persona umana come soggetto del lavoro e non come “merce” per aumentare la ricchezza del Paese. La responsabilità primaria in una società civile e politica spetta al''autorità politica, intesa come funzione essenziale senza la quale la persona umana non può acquisire il bene comune, indispensabile alla sua vita e a quella di tutta la società civile. Il compito delle persone, investite di potere politico, è quello di emanare una legislazione che garantisca un'ordinata convivenza sociale nella vera giustizia perché tutti i lavoratori possano trascorrere una vita dignitosa. La legge civile deve assicurare soprattutto i diritti fondamentali che appartengono alla persona. Il lavoro è un bene essenziale perché con esso l’uomo realizza se stesso ed espleta la sua libertà nella comunicazione con gli altri per la creazione del bene comune, necessario al benessere materiale e spirituale della società civile. L'operaio ha anche una vita familiare che è un suo diritto e una sua vocazione naturale. La sua attività è condizione per la nascita e il mantenimento della famiglia, ritenuta cellula primordiale di tutta la comunità civile. La perdita del salario del capo famiglia mina alla radice l’unità fondamentale della stessa società. Il responsabile di questo stato sociale è lo Stato che non salvaguarda la coesione sociale e permette la nascita di una contraddizione tra sviluppo economico e il fondamento della comunità, perché consente l’inversione dei valori che sono alla base della comunità civile. La dignità della persona e della famiglia passa in secondo ordine rispetto alla produzione dei beni economici. L'esigenza di creare ricchezza e sostenere la competizione nel mondo globalizzato non può tralasciare la preminenza dei valori essenziali e il mantenimento della coesione sociale, cioè non può tralasciare di assicurare il sostentamento e l’esistenza quotidiana della vita dell’uomo, soggetto inalienabile di tutte le attività sociali. I responsabili delle Istituzioni e delle organizzazioni devono evitare di esaltare la competitività. La richiesta di produrre sempre di più e in fretta, in qualsiasi momento del giorno e della notte, riduce gli operatori del lavoro manuale a semplice "merce di scambio" o di "forza lavoro" che ha lo scopo di produrre una ricchezza che disconosce i principi fondamentali della società: la persona umana, la famiglia, la sussidiarietà e la solidarietà. Il valore del lavoro umano, che è tale perché caratteristica essenziale di ogni persona e bene fondante di ogni sviluppo sociale, non può essere calpestato per finalità non rispondenti ai veri bisogni primari dei cittadini. Il benessere materiale perde significato se non si dà importanza alla dignità del lavoro, cioè la società civile si disgrega e perde coesione se l’attività che genera ricchezza non è protetta da norme che assicurino l’esistenza del lavoratore e della sua famiglia. L'attuale “Stato laico” non controbilancia la pressione competitiva dell’economia di mercato con l’azione dei pubblici poteri, cioè non assicura con il suo intervento diretto o mediato la dignità dei cittadini che lavorano. La globalizzazione, che mira soltanto al primato dell’economia e della finanza, scardina l'economia sociale di mercato, controllata dalle leggi che salvaguardano le varie attività che producono ricchezza e benessere. La liberalizzazione degli scambi commerciali e la de regolamentazione delle attività d’impresa dà riconoscimento a quei "poteri forti" del mercato globale che portano a considerare preminente la competizione tra i mercati nazionali e le varie imprese di profitto, spingendo all’estremo la competizione tra i soggetti dell’economia. Lo sviluppo economico, derivante dalle idee economicistiche e materialistiche del mercato globale, dissolve i legami sociali, perché si basa sull'opera degli individui lavoratori, considerati semplici mezzi di produttività e non come persone, dotate di ragione e di libertà, cioè soggetti di ogni attività umana. Lo Stato che non difende i diritti dei suoi cittadini è laicista perché promette un benessere che non salvaguarda la dignità dei soggetti produttivi, cioè calpesta il loro diritto a vivere in sicurezza, reclamato dall’eticità stessa della comunità civile. La vita dei cittadini e di tutta la società dipende da come è concepito l’essere umano, cioè il cittadino che crea la ricchezza del suo popolo. Le concezioni individualistiche degli esponenti di governo e dei dirigenti della produttività evidenziano un laicismo che impedisce di provvedere al bisogno essenziale dei cittadini, cioè il diritto di un lavoro che dà la possibilità di vivere con la propria famiglia in maniera dignitosa. La ragione e la libertà degli operai sono sottomesse al “fondamentalismo del mercato” che esige il massimo dagli operai con il minimo costo di produzione. Il modello dell'utilitarismo, del calcolo economico fine a se stesso, del funzionalismo del sistema Stato – mercato si concretizza in una corsa alla competizione e al massimo di produttività, calpestando il valore di fine e di essenza dell’essere umano, cioè la sua libertà di vivere. Il problema? La politica è sostituita dall’economia che amministra gli uomini soltanto come mezzi di produzione. L’economicismo spinge alle conseguenze di insicurezza della vita di chi è costretto a vivere nel rischio e nella fatica quotidiana del lavoro manuale . Gli ordinamenti democratici dello Stato non possono essere soggiogati dal relativismo etico di coloro che non considerano essenziali, per il bene comune della società, i veri valori del popolo italiano che sono la dignità della persona umana che lavora, il mantenimento della sua famiglia, la sussidiarietà nel controllo dell’applicazione delle norme e la solidarietà sociale. La sopravvivenza stessa della società civile esige il ripristino, a qualsiasi livello produttivo ed economico, dell’etica nel lavoro dell'uomo, cioè la salvaguardia di tutti i suoi diritti. Francesco Liparulo - Venezia